“Io sarei quello che  fa tutto tranne quello che dovrebbe? Non è vero:  al governo ho presentato ben tre dossier sulla riforma dei partiti e dei sindacati. Non so cosa abbiano intenzione di farne. Ma io il mio lavoro l’ho fatto”. Giuliano Amato arriva alla festa del Pd di Reggio Emilia piuttosto battagliero. Super consulente per i partiti con il compito di mettere mano all’articolo 49 della Costituzione, nominato direttamente da Monti il 29 aprile, nessuno l’ha visto né sentito mentre il Parlamento approvava una legge sui finanziamenti quanto meno lacunosa e incompleta sul tema.

“Io ho parlato con chi stava lavorando. Ma mi sono volutamente tenuto in disparte: non volevo influenzare il Parlamento, in una materia che è di sua stretta competenza”.  Un super consulente governativo per una materia che non compete all’esecutivo suona come una contraddizione in termini.  E in effetti il dottor Sottile dopo mesi di latitanza – almeno ufficiale – le carte le scopre. Fuori tempo massimo, però, quando ormai ha poco da perdere, sembrerebbe,  visto che forse non ci crede neanche lui al fatto che i suoi dossier possano essere le basi per una riforma: “Li darò all’Istituto per la documentazione e gli studi legislativi”. E ribadisce in maniera netta alcune delle sue convinzioni, anche criticando la legge che è stata fatta: “Il controllo doveva essere dato alla Corte dei Conti e non a un gruppo collegiale tutto da fare”, tanto per cominciare. E poi: “Chiamare rimborsi dei finanziamenti  è un imbroglio”.  E dunque, “si devono trovare delle forme di autofinanziamento  nelle fasi non elettorali”. Amato poi chiarisce: “E’ assurdo che i rimborsi continuino ad arrivare ai partiti morti”. Mentre a proposito delle questioni che hanno riguardato i tesorieri dice: “L’ideale sarebbe dare i soldi dei partiti in custodia alle Tesorerie. E poi prelevarli quando servono”. 

Con tono gentile e sommesso anche dal palco, intervistato da Stefano Menichini, non le manda a dire. E soprattutto prova a cambiare alcuni dati della sua immagine:   vive ”solo” della sua pensione di ex professore universitario ”mediata” con quella di presidente dell’Antitrust: 11.500 euro al mese netti e basta, malgrado la molteplicita’ di incarichi di governo e le cinque legislature da parlamentare ricoperte nella sua carriera politica. Non ci sta ad essere considerato un membro della casta, mentre il suo nome è uno di quelli che gira di più come futuro presidente della Repubblica? “Non sono un topo nel formaggio, faccio beneficenza, “il vitalizio di cinque legislature da parlamentare lo destino interamente ad attivita’ benefiche”.

Sempre educatamente non risparmia critiche al governo dal quale è rimasto fuori per un soffio: deve lavorare sulla politica industriale e sociale. E poi, avrebbe fatto bene a mettere una patrimoniale, dice rivendicando il prelievo forzoso da lui fatto nel 1992 “la tassa più equa che ho messo”, mica come “tante che finiscono con la u”. E a Bersani dice: “Faccia dei gazebo non solo per votare, ma per far esprimere le persone sui temi”. Un modo come un altro per evitare che “i partiti vengano percepiti come mozzarelle avariate”. Anche se, la politica che si fa con i sondaggi “è infame per la democrazia”. E così, anche Beppe Grillo è sistemato.