A raccontarla, miss Charlyn Marie “Chan” Marshall, conosciuta ai più come Cat Power, non basterebbe un libro. Sei anni, tanto c’è voluto per aspettare il seguito di “The Greatest”. E torna un po’ così, sottovoce ma con la consapevolezza di chi sa che un mucchio di persone la aspettava al varco. Si intitola “Sun” la nuova fatica, sole. Un nuovo inzio. Perchè, sebbene la malinconia, quella più grigia, non se ne sia del tutto andata, c’è dolcezza in “Cherokee”, pura autobiografia, o nel folk-pop vellutato di “Ruin”.

La freschezza e l’agilità della sua voce rimangono intatte, il suo tocco al pianoforte non conoscerà mai segni di stanchezza. Non quanto di meglio lei abbia mai prodotto, ma è il marchio di fabbrica che non riesce proprio a deludere. Undici pezzi intrisi di quel folk-pop senza eccessive pretese, ma che, per l’ennesima volta, convince. Il viso segnato da lineamenti morbidissimi, una frangia che ha lasciato spazio a capelli corti. A vederla così non la si direbbe songwriter, di quelle che una generazione l’ha segnata. Riesce ancora a stupire, perchè “Sun” – suo sesto disco, escludendo gli ep e album di cover – si presenta subito, sin dalla copertina, diverso. Cover dai colori slavatissimi, lei col volto leggermente all’insù, sguardo fisso davanti a sé e un arcobaleno in dissolvenza a tagliarle il viso. Tutt’attorno, celeste pallido.

Quarant’anni da poco compiuti e il volto di una ragazzina. Perchè in effetti lo è sempre stata. Da Atlanta dove tutto iniziò e poi via in giro per gli States, coast to coast e tutte quelle cose lì. Poi New York, anzi Manhattan, strimpella in apertura a un’altra chanteuse che ha trafitto molti cuori, Liz Phair. Conosce Steve Shelley, batterista dei Sonic Youth, ed è proprio lì che arriva la svolta. Un paio di prove acerbe per sublabel, poi il 1996 e la Matador.

Iniziano i primi tour, il nome gira. E la voce, quella voce, che disegna parabole dolcissime. “Moon Pix” prima, con la regia dei Dirty Three, e lo strabordante successo di “You Are Free” dopo. Siamo nel 2003 e il folk pastello di Cat Power parla di primavera, “I Don’t Blame You” e “Maybe Not” segnano poli opposti ed è nella perenne tensione tra questi che il suo songwriting vive, lei che è ebrea e irlandese, ironia della sorte. In un disco che proietta il suo nome (tracce anche di Dave Grohl, Eddie Vedder e Warren Ellis come guest) nell’Olimpo dei grandi degli ultimi vent’anni, si sprecano paragoni. Una Nick Drake degli anni Zero, una cupezza che potrebbe stagliarsi solo nelle nenie di Smog, Lisa Germano oppure Hope Sandoval, per citare autori a lei contemporanea.

Pare non gradire il successo, lei che sempre si è tenuta ben alla larga dal music business à la Mtv (“È tutto una bugia e io non la voglio nella mia vita”), e si reinventa anima soul in “The Greatest” e si rituffa in un ritorno alle origini nelle cover di “Jukebox”. Alla depressione, all’alcool – suoi vecchi compagni d’avventure – ha sostituito una luce fioca che profuma di libertà. Lei, che non ha mai amato suonare in studio, che dopo l’abbandono del compagno e padre di sua figlia non riusciva più a scrivere canzoni. Ecco lei, Cat Power, è tornata. Semplicemente, the greatest.

di Alberto Asquini

(Foto Lapresse)