Antonis Samaras parla di “cacofonia”. Un fastidioso motivo di fondo che, con toni variabili, accompagna da troppo tempo gli sforzi del suo Paese. Insomma, un rumore molesto proveniente dall’estero che complica i piani di Atene. “Come si fa a privatizzare quando gli esponenti stranieri affermano che la Grecia abbandonerà l’euro?”, si chiede il premier greco. Ovvero, come fa il suo governo a convincere gli investitori se questi ultimi si sentono ripetere che i loro fondi in euro si convertiranno presto o tardi in dracme?

E’ questo, in sintesi, l’argomento forte greco della conferenza stampa che ha chiuso l’incontro bilaterale tra Samaras e Angela Merkel. Un vertice a due dal quale non sono emersi elementi nuovi e che ha rappresentato l’occasione di evidenziare la buona volontà formale ribadendo, al tempo stesso, i rispettivi cavalli di battaglia: dal “voglio che la Grecia resti nell’euro ma occorre rispettare gli impegni” ribadito dalla cancelliera tedesca, al “ci serve più tempo non più soldi” del suo omologo ellenico. Sullo sfondo, come si diceva, c’è soprattutto lui, il Grexit, neologismo che riassume il piano per l’uscita del Paese dall’euro e che spaventa Atene condizionandone l’operato.

Il tema resta irrisolto e le dichiarazioni dei protagonisti della trattativa infinita non aiutano. Ieri era stata la volta di Jean-Claude Juncker che, in occasione del colloquio con Samaras, aveva affermato pubblicamente di essere “totalmente contrario all’uscita di Atene dall’euro”. “Chi parla di un’eventualità del genere dovrebbe tacere” aveva aggiunto il numero uno dell’Eurogruppo dimenticandosi forse di quanto avvenuto appena pochi giorni prima quando, a precisa domanda, era stato lui stesso a definire il Grexit “tecnicamente possibile”.

L’eventualità, inutile negarlo, solletica da tempo gli umori di una diffusa scuola di pensiero che spazia dagli ambienti politici e istituzionalitedeschi  (Bundesbank) fino all’Olanda e alla Finlandia. Ad oggi, rivela il Financial Times Deutschland, un gruppo di lavoro guidato dal vice ministro delle finanze di Berlino Thomas Steffen starebbe già studiando i dettagli di una simile ipotesi e i possibili impatti sulla Germania e l’eurosistema. Oggi, il capogruppo della Cdu al Bundestag Volker Kauder ha sostenuto che per l’area euro il ritorno alla dracma non rappresenterebbe un problema. 

Angela Merkel, come si diceva, ha ribadito la sua posizione lasciando intendere di avere raggiunto un’intesa di massima con il presidente francese Hollande. Ma il suo “voglio che la Grecia resti nell’euro” non equivale a una rassicurazione formale, condizionato com’è dal tormentone di Berlino: Atene deve rispettare gli impegni. La verità è che Samaras sta cercando come minimo un punto fermo ma nessuno sembra volerglielo concedere.

A parole l’addio di Atene alla moneta unica non trova alcun consenso formale tra i leader europei ma la smentita definitiva non arriva mai. L’impressione è che la cancelliera sia impegnata a tenere insieme il consenso nel suo stesso partito ma anche, al tempo stesso, a mantenere viva quella velata minaccia utile a frenare le ambizioni di Atene nel complesso negoziato sull’alleggerimento del piano di austerity.

Eh sì, perché in definitiva l’obiettivo di medio termine del governo ellenico resta sostanzialmente immutato. Samaras, in ossequio a quanto dichiarato fin da quando era ancora leader dell’opposizione, punta a rinegoziare l’accordo sul risanamento contabile ottenendo una proroga di due anni. Secondo i suoi piani, spiegano fonti greche vicine a Nea Demokratia, il partito del premier, il costo di questa dilazione ammonterebbe a 20 miliardi di euro ma tale cifra sarebbe già stata corretta a 50 miliardi da alcuni esponenti ufficiali della Ue particolarmente scettici sulle stime dell’esecutivo greco. A conti fatti, in ogni caso, l’affermazione chiave di Samaras “più tempo non significa più soldi” risulterebbe al momento decisamente poco convincente per l’Europa e la Germania in particolare.