Il referendum popolare dello scorso 29 luglio convocato dal primo ministro Victor Ponta per destituire il presidente Traian Basescu non è valido. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale di Bucarest, che ha quindi confermato al suo posto il capo dello Stato. La proposta di referendum per rimuovere Basescu era stata avanzata dalla coalizione di maggioranza, di centrosinistra, al culmine di un braccio di ferro politico tra lo stesso Basescu e il capo dell’esecutivo Ponta, che messo sotto inchiesta il capo dello stato per presunta usurpazione delle prerogative dell’esecutivo. Il referendum di fine luglio si era concluso con una bassa affluenza alle urne: dei 18 milioni di elettori, solo il 46 per cento aveva deciso di andare a votare, ma di questi, l’87 per cento si era espresso contro il capo dello stato.

Ponta aveva deciso di tentare la via del referendum dopo che l’atto di impeachment contro Basescu era stato presentato alle camere che avevano dato il via libera alla consultazione popolare, non prima però che i presidenti dei due rami del parlamento, legati a Basescu, fossero stati sostituiti dalla nuova maggioranza. Lo scontro politico aveva coinvolto e preoccupato anche l’Unione europea, che ha temuto una “deriva ungherese” anche in Romania. Basescu aveva parlato di attacco alle istituzioni democratiche del paese, e respinto le accuse mosse contro di lui da Ponta.

Non è la prima volta che il presidente, ex capitano di marina ai tempi della dittatura di Ceacucescu, sopravvive a un referendum contro di lui. Nel 2007 la sua rimozione venne tentata da un altro primo ministro, Calin Popescu Tariceanu, anche lui di un partito diverso da quello del presidente, dopo anni di tensioni politiche. A differenza di cinque anni fa, però, la popolarità di Basescu, il cui mandato termina nel 2014, è adesso in calo. Come molti leader europei, Basescu sconta il malcontento popolare per i sacrifici e l’austerità imposti ai cittadini in accordo con le misure richieste dal Fondo monetario internazionale. Pesano il taglio del 25 per cento degli stipendi dei dipendenti pubblici, l’Iva al 24 per cento con il conseguente aumento dei prezzi, i tagli nei servizi pubblici.

Ponta aveva cercato, però, di forzare la legge sul referendum, prima provando ad abolire il requisito di un quorum del 50 per cento più uno degli elettori e poi, dopo le proteste dell’Ue, prolungando di un’ora l’apertura dei seggi elettorali. Non è servito a nulla e ora anche il verdetto della Corte Costituzionale offre un ulteriore appoggio al presidente Basescu, che potrà così tornare ufficialmente al suo posto, dopo che, in attesa del risultato del referendum e della sentenza della Corte, l’incarico di capo dello stato era stato dato ad interim a Crin Antonescu, presidente del senato e alleato di Ponta.

Ricomincia dunque la difficilissima coabitazione tra premier e presidente di opposti partiti politici. Una situazione di incertezza che sta pesando sulla Romania, alle prese con una crisi economica che colpisce duramente su un’economia già fragile. Basescu, tuttavia, aveva promesso un diverso clima istituzionale, se fosse stato rimesso sul seggio più alto delle istituzioni romene, proprio in nome dell’interesse nazionale e della necessità di rimettere in moto l’economia, affaticata anche per le turbolenze politiche che dall’inizio del 2012 hanno provocato le dimissioni di due primi ministri, dopo le proteste popolari contro i tagli alla spesa pubblica.

A differenza dei suoi predecessori, però, Ponta aveva prima di tutto provveduto a rimuovere dai posti più importanti i politici legati a Basescu, fino appunto ai presidenti di camera e senato, sostituiti alla vigilia del voto sull’impeachment.

Ma se la figura politica di Basescu non è priva di ombre, quella di Ponta non è meno preoccupante. A fine giugno Ponta è stato bersaglio di critiche perché accusato di aver copiato la propria tesi di dottorato. Secondo la rivista Nature parti sostanziali delle 432 pagine del lavoro di Ponta sul Tribunale penale internazionale sarebbero identiche a quelle di altri giuristi. Al premier è inoltre attribuito un sempre maggiore autoritarismo, fino a tracciare paragoni con altri due Victor al potere, l’ungherese Orban e il presidente ucraino Yanukovich. Il magazine rumeno Revista 22 dando conto delle proteste della comunità artistica ha ricordato alcune decisioni contestate come l’allontanamento di Alexandru Lazescu, dal vertice ella televisione pubblica TVR, il licenziamento di Dorin Dobrincu, direttore dell’Archivio Nazionale. Oltre a sollevare dubbi per la sorte del vertice dell’Istituto di cultura rumeno.

Perplessità erano arrivate anche dalla comunità internazionale. Con un messaggio su Twitter, il commissario europeo alla Giustizia, Viviane Reding, aveva detto di essere “seriamente preoccupata” per l’indipendenza della Corte costituzionale – attaccata a più riprese da Ponta prima del giudizio sul referendum. Con la sentenza di oggi, forse, anziché chiudersi, lo scontro istituzionale ai vertici dello stato rumeno entra dunque in una nuova fase. 

di Joseph Zarlingo