Facebook si è imposto nella vita di tanti. Più di un miliardo di utenti. C’è chi ci vive e chi ci gioca. Chi pubblica foto delle sue colazioni e chi misura l’impatto delle parole pubblicate, magari alla ricerca – ogni tanto disperata – di una personale popolarità. Come c’è chi ci lavora, nelle stesse identiche condizioni. Pochi sono ancora, credo, i veri “professionisti”. Una parola comunque ancora difficile da utilizzare se Facebook non fa guadagnare soldi direttamente ma è solo un tramite verso un “prodotto”: tu. Avere degli amici e piacere.

Intanto, Facebook va in borsa.  Ipotizzerei facilmente che l’equazione “più c’è crisi più i bar lavorano” (mi riferisco all’aumento del consumo di alcol e superalcolici) valga pure per questo “bisogno” di popolarità, questa ricerca di coccole virtuali, di sensazioni. E a regalare brividi ci pensano in tanti -molte sono le testate giornalistiche-, onnipresenti, colpendo regolarmente sotto la cintura per portare clic (traffico-soldi tramite concessionarie di pubblicità) al proprio sito. Tra i protagonisti di questo flusso “informativo” una stragrande maggioranza di nani e ballerine, pedofili, assassini, stupratori, canicola, tumori, squalo bianco, sesso, calcio, spread. Possibilmente tutti insieme.

Dunque vista l’aria che tira ci siamo dentro fino al collo. Ma non c’è solo il “ciarpame” su Facebook. E se fin lì capisco il meccanismo – banale, se non triste – e la strategia adottata da testate che cercano una seconda vita in rete (magari per sopravvivere al crollo verticale delle vendite in edicola), rimango molto perplesso davanti al modo in cui gli utenti e tante pagine di “informazione anti-bavaglio” gestiscono la “proprietà intellettuale” su Facebook. Perché la maggior parte di noi ruba o condivide un furto. Consapevolmente o meno. E di sicuro non si misura la portata del danno.

Preciso subito che non mi ritengo “liberticida” né sono pro-censura sulla rete. C’è per esempio una differenza fondamentale tra un pezzo di musica scaricato “illegalmente” (io direi “inevitabilmente”) e una delle foto o dei tanti dei testi che girano su Facebook: del brano ti importa generalmente di sapere il titolo, magari pure il nome del disco. E senz’altro il nome del suo autore, o di chi lo interpreta. E, spesso, lo vai a cercare.

Su Facebook credo purtroppo che non sia così. Decine di migliaia di articoli e immagini sono assorbiti tramite il copia/incolla, da altrettante pagine che “piacciono”, riprese poi da profili utenti. 

Se vogliamo parlare di “#bavaglio”, oppure di “testate senza finanziamento pubblico” – mayonnaise che su Facebook piace moltissimo – certamente rubare una fonte e privarla del suo “clic” è grave per la libertà di tutti perché porta a non far uscire mai l’utente da Facebook: crea un circuito chiuso che favorisce per primis l’esaurimento  delle risorse di qualsiasi blog sito o testata “d’assalto”, privandoli del loro traffico. Un suicidio di massa a fuoco lento.

Esempio pratico: Wikileaks o Pussy Riot. Secondo voi cosa li aiuta di più? Fare copia-incolla delle notizie che li riguardano o della loro foto sul vostro profilo o sulla vostra pagina “anti bavaglio”, oppure condividere i loro link, magari @taggando la loro pagina Facebook en passant, quando c’è, indirizzando così i vostri contatti da loro?

Ancora: immaginiamo una raccolta di firme in corso che (supponiamo) 50.000 persone andrebbero a firmare, col cuore ma per sbaglio, su un sito scollegato alla fonte, sito che avrebbe ripubblicato l’appello in copia-incolla senza specificarla, o nascondendola un po’. Un classico, perché sta cercando che possibilmente il “secondo clic” tu lo faccia da lui, non altrove.
Questo aiuterebbe la raccolta o la indebolirebbe? È mai successo?

Dunque: l’arma è la condivisione. Perché su Facebook oggi di sicuro si può fare ben altro che pubblicare foto di gattini, rispondere a sondaggi esaltanti tipo “Ha avuto ragione Prandelli?”. Senza parlare delle patetiche catene di Sant’Antonio: “vediamo se hai il coraggio di condividere questo”…

La rete è un bene comune, appunto, ancora pieno di libertà e dunque di spazi di lotta. E per tanti – più di un miliardo di account – internet si vive oggi su Facebook. Dire o condividere. E se non si ha niente da dire, la soluzione non è rubare.