La vicenda dell’Ilva ha svelato ancora una volta i gravi problemi di questo Paese. Come scrissi già il 27 luglio, rendendo onore al coraggioso giudice, il suo operato appariva ineccepibile e doveroso. E anticipavo che subito si sarebbero levati gli scudi degli illuminati del Governo. Tant’è. Settimane roventi e grottesche. Vediamo alcuni tratti, senza ripetere quanto poi già autorevolmente scritto.

Occorre ricordare come l’Ilva (già nome originario dei primi del secolo) sia stata a lungo Italsider. E’ doveroso osservare come la “strage silenziosa” sia imputabile anche allo Stato italiano. L’Italsider è stata una delle maggiori aziende siderurgiche italiane del XX secolo e la sua storia ha avuto fine negli anni ottanta, quando è avvenuta la cessione a privati. Per un lungo periodo ha rappresentato la grande industria di stato. Il grande polo siderurgico di Taranto, passò nel 1995 al Gruppo Riva.

In quasi 20 anni il gruppo Riva avrebbe dovuto di suo approntare le migliori tecnologie disponibili per non inquinare. E’ evidente che in passato l’avrebbe dovuto fare il controllo pubblico che disponeva del sito. La gravissima situazione è il risultato di irresponsabili negligenze e di un sistema di commistione tra controllori e controllati. Nonché in origine e nel tempo di scelte irresponsabili. La logica del profitto su tutto. Di Stato prima e del privato dopo.

Dopo il provvedimento del Gip Todisco, è poi subito intervenuto Clini, il socialista ministro dell’ambiente che crede molto al proprio ruolo, al punto di – appena nominato – fare un’uscita infelice in favore del nucleare quando il risultato del (secondo) referendum antinucleare era ancora caldo. Dove passa lui, un colpo di spugna è assicurato. Un clinex, appunto. E dunque si è presto attivato per vanificare il provvedimento del Gip, perché è evidente che il ministro dell’ambiente debba sperticarsi per tutelare il lavoro, ignorando il diritto alla salute. Della bonifica dell’area poco gli importa!

Contestualmente usciva il probissimo Catricalà che anticipava i fulmini di Zeus con le sembianze di un ricorso alla Consulta (mai visto prima) paventando un esercizio eccessivo della potestà giudiziaria da parte del Gip, così da ledere il “diritto alla libertà d’impresa”. Che fosse intervenuta, fondatamente, a tutela della salute pubblica (incomprimibile, non bilanciabile) e dinanzi a dei reati macroscopici, poco gli importava. Il Catricalà è il Robin Hood delle imprese. Egli vede imprese ovunque (anche gli avvocati sarebbero imprese!) e conferma come la sua nomina (anch’essa un’impresa) sia profondamente sbagliata in quanto il suo posto naturale sia Confindustria. Preghiamo dunque Squinzi di farsi da parte.

Nel mentre la Guardasigilli Severino anticipava imminenti ispezioni. Contestualmente si destava pure il presidente Vendola, che, a sua insaputa, scopriva il grave problema riposto nel suo seno da soli 7 anni. Il Governo anticipava di mettere a disposizione centinaia di milioni di euro per la bonifica. Ma il principio chi inquina paga lo avete mai sentito nominare?

Poi tutti a fare un bel pokerino a Taranto e dintorni, dove i toni si attenuavano, anche dopo avere ricevuto bastonate costituzionali da tutte le parti. Una gravissima invasione di campo si è consumata. Ancor peggio: una farsa. La farsa del diritto, nel senso più alto e nobile del diritto. Ma la Costituzione il Governo e i suoi componenti la (ri)leggono ogni tanto?

Qualcuno può informarli che la gerontocrazia partitocratica dispotica di prima non può essere soppiantata dalla monarchia dei “tecnici” napolitani? Come noto Montesquieu con lo Spirito delle leggi (1748), fonda la sua teoria sull’idea che “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Partendo dalla considerazione che “Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”, Montesquieu traccia la teoria della separazione dei poteri. Secondo la sua tesi può dirsi libera solo quella costituzione in cui nessun governante possa abusare del potere a lui affidato. Per contrastare tale abuso bisogna far sì che “il potere arresti il potere”, cioè che i tre poteri fondamentali siano affidati a mani diverse, in modo che ciascuno di essi possa impedire all’altro di esorbitare dai suoi limiti e degenerare in tirannia. La riunione di questi poteri nelle stesse mani, siano esse quelle del popolo o del despota, annullerebbe la libertà perché annullerebbe quella “bilancia dei poteri” che costituisce l’unica salvaguardia o “garanzia” costituzionale in cui risiede la libertà effettiva. “Una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. La separazione (o divisione) dei poteri è uno dei principi fondamentali dello stato di diritto. Ecco ripartiamo da ciò, cari tecnici.