Una bellissima e due molto carine. Giovani tutte e tre. Spiritose. Tre bei sorrisi vitali e appena appena strafottenti. Cantano in chiesa: Madonna, liberaci di Putin, le Pussy Riot. Cantano punk. Cantano con i graziosi musetti incappucciati. Soltanto gli occhi fuori, coperti i connotati. Le Pussy sono consapevoli di vivere in un Paese illiberale e allora: Riot! Cantano, ma la Madonna non le libera da Putin. Anzi, glielo fa incontrare: “Salve, siamo Nadezhda, Ekaterina e Marja, vorremmo vivere in un Paese libero”. “Piacere, Vladimir Putin: posso offrirvi due anni di galera?”.

Le ragazze incassano senza perdere quella loro sfrontata allegria antagonista. Le galere russe non sono luoghi decorosi. Non ti va di immaginarci le tue figlie. L’Occidente, a cui la Russia post comunista vorrebbe assomigliare, protesta compatto. Lo show business organizza un sostegno rutilante. Madonna, Paul Mc Cartney… roba grossa. Putin cambia politica? Smussa il suo ruvido comportamento liberticida? Si ammorbidisce? Abbozza? Ride? In fondo sono solo canzonette, mica kalashnikov nelle mani dei Ceceni… E, dai, Putin, cazzo! Ti stai coprendo di ridicolo! Non ti consiglia l’amico Berlusconi di lasciar perdere e, semmai, di invitare le tre belle ragazze nella tavernetta del Kremlino per farci quattro salti? Un bravo aspirante capitalista occidentale alle Pussy sa proporre una pena alternativa, per esempio Bunga Bunga forzati. Ma Putin, nel ramo porno soft di potere, è un apprendista. Non sa ancora suonare tutte le corde della “moral suasion”. Perciò esagera. Conferma la condanna. Rinforza le manette. Chiude la gabbia. Forse la paura è troppo forte. Che si estenda la protesta dei giovani contro il regime. La sua paura. La nostra speranza.

Nella foto (Lapresse) le Pussy Riot: Nadezhda Tolokonnikova,Yekaterina Samutsevich, Maria Alekhina