E’ agosto. Ma no, non sono in vacanza. Eppure son passate ben due settimane di pausa dal mio ultimo testo sulla solitudine e su come farla diventare una risorsa di tempo libero da investire dandoci una mano a vicenda. Che ho fatto? Ero, per così dire, in sospeso.

Aspettavo i vostri commenti – ma giustamente i lettori ne han fatti ben pochi, occupati com’erano ad organizzarsi, appendendo offerte di nonna-sitter sulle scale e negli ingressi dei loro condomini.

La solidarietà, deduco, ci tiene occupati, attivi e positivi. Chi si attiva, mi dico, non ha di certo il tempo di star qui a leggere o a commentare: darsi una mano tra vicini di casa da maggiore soddisfazione.

Nel frattempo una mia carissima amica mi racconta del caffè aperto nella bellissima ex-serra che è stata restaurata anni fa a Venezia, tra i Giardini e via Garibaldi: fa parte della “rete del caffè sospeso”.

Il caffè sospeso non è un caffè che svolazza, nella sua brava tazza volante, a dieci o venti centimetri sopra la bancone, e la rete non è quella che in tal caso ci servirebbe per pigliarlo, neanche fosse una farfalla.

Il caffè sospeso è un caffè che ti aspetta. Aspetta la persona che lo vorrà bere, un caffè potenziale, non ancora fatto, un caffè del futuro prossimo – altrimenti, se lo facessero e restasse lì ad aspettarti, diventerebbe freddo, o tiepido, e anche con il caldo di quest’estate in tanti non lo apprezzerebbero più. E’ un’idea di caffè, a tua disposizione, nell’immaginario collettivo evocato dalle parole che stiamo usando.

A dir la verità, un poco in “sospeso”, come il caffè, mi sento spesso anch’io, soprattutto quando non scrivo qui per ben due settimane: siamo in stand-by, in attesa di renderci utili, il caffè ed io – di venir bevuto, nel suo caso, di farvi compagnia intessendo con tremila battute questi piccoli testi, nel mio.

Ma sto divagando. Torniamo alla rete dei bar. Questa rete insomma riunisce vari bar in tutta Italia, che hanno rispolverato l’antica tradizione napoletana del “caffè sospeso”.

Cito il testo che si legge a Venezia al bar della serra: il caffè sospeso “si usava nei bar di Napoli, quando una persona era particolarmente felice perché aveva qualcosa da festeggiare oppure perché aveva iniziato bene la giornata, beveva un caffè e ne pagava due, per chi sarebbe venuto dopo e non poteva pagarselo. Era un caffè offerto ….. all’umanità. Di tanto in tanto qualcuno si affacciava alla porta e chiedeva se c’era “un caffè sospeso”… e spesso riceveva in cambio anche un sorriso.”

A me pare che questa idea di offrire un caffè al prossimo – nel senso arricchito e rinforzato che ha il termine unendo le due frasi “ama il prossimo tuo” e “avanti il prossimo” – più che “festeggiare di aver iniziato bene la giornata” aiuti proprio ad iniziarla bene: con un pensiero, e una immediata azione, di condivisione, con gli altri o almeno con un altro, delle piccole gioie della vita.

Ci scopriamo interconnessi, nel darci una mano a star bene.

Come diceva la scrittrice Ricarda Huch: “l’amore è l’unica cosa che, se la spendi a piene mani, aumenta”.