Non ho affatto seguito le Olimpiadi in televisione, dato che lo sport preferisco farlo che guardarlo. E quindi anziché seguire le gare in televisione ho preferito farmi qualche bella nuotata e passeggiata. Forse mi sono perso qualcosa, ma pazienza… non si può avere tutto dalla vita.

Tuttavia qualche spunto di riflessione sulla base della lettura di alcune cronache apparse nei giorni scorsi si impone.

Bisogna anzitutto chiedersi fino a che punto sia smarrito lo spirito originario delle Olimpiadi, esemplificato dapprima dalla sua vocazione di pace e di dialogo legata all’origine di festa panellenica e poi dal motto di De Coubertin, secondo cui l’importante non è vincere ma partecipare… L’impressione, mi auguro sbagliata, è invece che le Olimpiadi sono un luogo dove si va per vincere, come appartiene alla logica competitiva del mondo moderno e alla mai abbastanza biasimata divisione di stampo yankee del mondo in vincenti e perdenti.

Segnalo invece la sconvolgente circostanza, in palese contraddizione con l’abbinamento che comunemente si tende a fare tra sport e salute, che lo stadio dove si sono svolte le gare di atletica risulta costruito sopra rifiuti radioattivi

Non del tutto peregrina è poi, in tempi di spending review e crisi finanziaria mondiale, la considerazione  relativa al costo della manifestazione, gravante in buona parte sui contribuenti britannici, dopo che l’analogo avvenimento di otto anni fa ha devastato le casse dello Stato greco, per un costo di dieci miliardi di euro, più 600 milioni all’anno di sola manutenzione, spesa che molti mettono giustamente in relazione con l’attuale situazione di bancarotta del governo di Atene.

Ma la vera notizia, a mio avviso, è quella del vero e proprio controllo militare che gli sponsor della manifestazione (benemerite multinazionali fra le quali la Coca Cola, coinvolta in attività sindacali in una situazione nella quale molti sono stati i sindacalisti vittima della violenza dei paramilitari, o altre che si giovano di lavoro nero e sottopagato anche minorile) hanno ottenuto per evitare che marche rivali possano in qualche modo entrare in scena sul palcoscenico dei giochi.

Ha scritto su Internazionale Laurie Penny: “Gli atleti e gli spettatori saranno passati ai raggi x, perquisiti, ripresi e osservati dal giorno del loro arrivo a Heathrow al momento della partenza. Inoltre dovranno rispettare uno stretto codice di comportamento e di abbigliamento che, tra l’altro, vieta di indossare indumenti di marche che non siano gli sponsor ufficiali della manifestazione. Grossi bestioni armati saranno sempre presenti per rimuovere dagli stadi le eventuali magliette della Pepsi e i sacchetti di Burger King, insieme ai loro proprietari, se sarà necessario. Alle multinazionali che sponsorizzano i i giochi, cme McDonald’s e Lloyds è stata promessa una “città pulita”, questo significa che avranno il monopolio estetico dell’Olympic Park e dell’area circostante. Anche gli slogan politici sono vietati – comprese le magliette con Che Guevara – e a chiunque sia trovato in possesso di un cartone, di una bomboletta spray o di qualsiasi cosa utile per costruire un cartello sarà rifiutato l’accesso”. Sarà proprio andata così? Qualche testimonianza in diretta sarebbe benvenuta.

Una pensatrice acuta come Naomi Klein aveva a suo tempo identificato il ruolo determinante del logo nell’attuale capitalismo in decadenza, dato lo spostamento della competizione commerciale su di esso. Ma mai si sarebbe potuta ipotizzare una simile situazione. Una sorta di totalitarismo del logo che non trova spazio neanche nei peggiori incubi di Orwell. I colossali e maleodoranti bestioni del capitalismo in crisi sono pronti a tutto pur di litigarsi con successo le fette di un mercato in costante diminuzione per effetto delle ben note dinamiche della crisi mondiale. E naturalmente niente politica. Per dirla con Hannah Arendt, che trovo citata nelll’ultimo affascinante libro di Zygmunt Bauman, una nuova manifestazione di allontanamento dalla sfera pubblica e dalla politica come “atteggiamento fondamentale dell’uomo moderno”, ma in questo caso imposto dall’alto. Un fascismo del Terzo Millennio all’ombra dei cinque cerchi?

P.S. Nella tanto vituperata Cuba un fatto positivo, fra molti, è l’assenza di cartelloni pubblicitari…