Qualche giorno fa Elena Ugolini, sottosegretario all’Istruzione ha replicato a Italia Oggi – che le ricordava i risparmi derivanti da una riduzione delle bocciature – che gli insegnanti durante lo scrutinio non hanno in mente le casse statali. Quest’anno, peraltro, è stato promosso alla classe successiva il 95,7% degli studenti delle medie e il 62% delle superiori, con un aumento dello 0,4% nel primo caso, e addirittura dell’1,2% nel secondo. Eurostat stima in 6728 euro la spesa annuale per studente: l’incremento di promossi, circa 50 mila, produrrebbe quasi 336 milioni e mezzo di risparmio per lo Stato. Per Education at a Glance 2011 – pubblicazione dell’Ocse – la spesa pubblica per studente nel 2008 era invece di 9315 dollari (7552 euro): secondo questi dati il risparmio supererebbe i 381mln di euro. E l’ultimo evento dell’anno scolastico, la maturità? Il Miur ha licenziato il documento sugli adempimenti per gli esiti finali un mese fa, ma a tutt’oggi i risultati non sono stati ancora pubblicati.

Più in generale il servizio statistico del ministero è aggiornato al 2007, mentre il sito dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema scolastico riporta dati fino al 2010. Attendiamo gli aggiornamenti per analizzare a fondo i dati. Possiamo però già verificare che il numero delle lodi è in diminuzione e che quello dei bocciati è ulteriormente calato (dal 2% del 2010, all’1% scorso anno, con una conferma della tendenza alla riduzione anche nei dati parziali rilevati in alcune grandi città), mentre si era registrato un aumento dello 0,6% dei non ammessi nello scrutinio di giugno. Le prime proiezioni confermano il primato delle bocciature nel Nord: Liguria, Friuli, Lombardia e Piemonte, proprio le zone del Paese che hanno registrato prestazioni migliori nelle prove Invalsi.

Il numero esorbitante di lodi nelle regioni del Sud – causa dell’inasprimento della normativa – già ridimensionato nel 2011, appare diminuire. Maglia nera nelle valutazioni, come sempre, l’istruzione professionale: pochissimi diplomati con “100” e molti – oltre uno su sette – che raggiungono solo il punteggio minimo. Quale fotografia della scuola italiana consegnano queste prime, frammentarie, notizie sull’esame di Stato? Una scuola ancora a diverse velocità, classificabile per collocazione geografica: in cui apprendimenti degli studenti e maggior rigore nella valutazione vanno di pari passo. Una scuola in cui i segmenti dell’istruzione superiore non hanno identica dignità, né danno le stesse opportunità, penalizzando gli studenti più deboli. Invertiamo ora, in un momento di ottimismo, la prospettiva e parliamo delle “eccellenze”, i “capaci e meritevoli” citati nella Costituzione, potenziali destinatari di quelle lodi che abbiamo visto in flessione. Sono studenti-modello: corredo genetico e sollecitazioni li predispongono a un percorso scolastico brillante, a curiosità, a capacità di approfondimento.

Sono motivati, rigorosi, in grado di costruire un metodo di studio autonomo. Per conseguire il massimo all’esame di Stato, devono però superare questo spericolato, quasi impossibile, percorso ad ostacoli, definito a suo tempo dalla Gelmini: voti non inferiori all’8 negli ultimi 3 anni, condotta compresa; massimo punteggio per quanto riguarda credito scolastico (25), prove scritte (15) e orale (30). Contemporaneamente la scuola italiana ha avuto in eredità dal ministro,una “riforma” concretizzata nel taglio di 140mila posti di lavoro tra docenti ed Ata, frutto, tra l’altro, di riduzione del 10% dell’orario scolastico alle superiori; annullamento delle sperimentazioni, alcune delle quali avevano prodotto efficacissimi risultati di apprendimento; smembramento delle più accreditate procedure didattiche della scuola primaria; aumento del rapporto docente-studenti per classe.

A fronte di quei tagli e dell’inconsulta difficoltà di quel percorso, come potrebbero essere molti i ragazzi in grado di raggiungere il massimo risultato,di dimostrarsi “capaci e meritevoli”? È giusto che un 14 – corrispondente a un 9,5 – in uno degli scritti (frutto magari di un’imperfezione nella prova di greco o in quella di matematica) possa vanificare il soddisfacimento di tutti gli altri requisiti? Cosa esattamente la scuola deve certificare con la lode? La perfezione o, piuttosto, la perfettibilità corroborata da impegno, serietà, capacità di approfondire ed elaborare autonomamente contenuti culturali? Questa prima (e speriamo ultima) maturità dell’opaca epoca Profumo (che, peraltro, non ha apportato modifiche né alla gimkana meritocratica, né alla “riforma” gelminiana) rivela insomma una scuola intrappolata in una logica ragionieristica che corrompe anche i criteri per la definizione del merito, in cui l’auspicata serietà diventa cecità punitiva.

Il Fatto Quotidiano, 14 agosto 2012