Non so voi, ma io ad agosto faccio programmi e faccio bilanci. Mi metto cioè a pensare a cose come l’attività sportiva che riuscirò a (non) praticare da settembre in poi, le letture a cui dedicarmi, lo strumento musicale che (non) imparerò a suonare, cosa proverò a (non) scrivere, le persone che una volta vedevo spesso e che adesso vedo poco e che devo assolutamente vedere di più e invitare a cena. Cose così.
E inevitabilmente, quindi, guardo anche indietro, nell’anno passato (nella sua scansione da scuola dell’obbligo, da cui non riesco a liberarmi) per vedere cosa ho fatto e cosa no, cosa è successo, eccetera.
Niente di originale: d’altronde se in questo periodo dell’anno gli scienziati del marketing ci bombardano con le pubblicità sulle raccolte a dispense settimanali da comprare in edicola, ci sarà un motivo. 

Per fare qualcosa di semplice fin da subito, però, provando a guardare avanti ma non più in là di un mese (che bisogna farlo entro il 30 settembre) e indietro, invece, di molti anni (che si parla di dell’infanzia), questo agosto riesco a darmi un suggerimento di ordine pratico.

Si tratta di questo: scrivere in modo semplice e sintetico (non più di dieci righe) un ricordo della propria infanzia e spedirlo allo scrittore Giulio Mozzi. L’iniziativa si chiama “ricordo d’infanzia” e richiama il nobile precedente del “Mi ricordo” di Georges Perec. Le istruzioni dettagliate si trovano sul sito di Mozzi, vibrisse, e non mi dilungo qui a ripeterle che si fa prima a andarsele a leggere direttamente.
Dall’iniziativa, nelle intenzioni del promotore, dovrebbe (potrebbe) nascere un libro, e magari uno spettacolo, in cui centinaia di ricordi vengono in qualche modo montati senza soluzione di continuità, come un unico, articolato, multiforme ricordo collettivo.

Un esercizio di memoria e di scrittura libero, essenziale, paradossalmente molto personale e nello stesso tempo lontano da personalismi autoriali o fastidiose velleità letterarie.
Meglio del sudoku (forse).