Sono passati 34 anni dalla nascita della prima tv privata: l’aprirono a Livorno – prima di lasciarla colma di debiti – due ragazzi all’epoca abbastanza brillanti: l’ex ministro Paolo Romani e Marco Taradash. Quei due ragazzi si resero conto di essere i pionieri dell’attacco al monopolio della Rai, consentito in ambito locale da una sentenza della Corte costituzionale il 28 luglio del 1976. Ma se erano riusciti a partire (i soldi li mise la madre di Romani) dovevano anche avere ricavi: fu così che vennero introdotti gli spazi a pagamento anche per i partiti e i singoli politici. Taradash firmò il primo contratto nell’estate del 1978, a Livorno con l’allora Partito comunista italiano.

Oggi, 32 anni dopo si certifica che quell’usanza non è mai trascorsa: in Emilia Romagna e in Piemonte, nelle persone di Giovanni Favia e Davide Bono, anche i “grillini” si sono piegati alla televisione visto che la televisiun la g’ha na forsa de leun, per dirla alla Jannacci. E anche loro hanno comprato spazi autogestiti. Curioso che il movimento di Grillo e Casaleggio – orgogliosamente internet dipendente per quanto riguardo la comunicazione – ricorra alla televisione per raccogliere voti, anche e soprattutto perché Grillo non vuole che ci vadano. Ma in politica tutto vale. Lo stesso Casaleggio quando è uscito dal limbo dell’anonimato lo ha fatto con una lettera al Corriere della sera, non sul suo sito. Nessuno risponde alla domanda se sia una patologia grave, quella degli spazi a pagamento. Il sistema è lo stesso che permette ai partiti di prepararsi a una elezione : l’ente distribuisce i soldi, i gruppi spendono il denaro per attaccare i manifesti, allestire palchi in piazza, un tempo stampavano bandiere. Lo faceva il Pci, lo fanno oggi Pd e Pdl. Senza troppo clamore, va detto. Ora il faro dell’accusa si punta contro Grillo e i suoi. E poco importa se Beppe nel 1978 apriva i concerti di Mina a Bussoladomani e alla politica avrebbe pensato 30 anni dopo e una cesta di capelli bianchi in più.

Poco importa se quell’idea di spremere i partiti se la contendono ancora oggi, nelle loro rimpatriate scherzose, Romani e Silvio Berlusconi, che acquistò Telemilanocavo nel 1978 per trasformarla in Canale 5 due anni dopo. Poco importa anche che fu una delle forme di introito, che tennero in vita molte emittenti. A 32 anni di distanza il quotidiano la Repubblica riaccende i fari sui politici che pagano per andare in tv, acquistano spazi pubblicitari autogestiti. In realtà, se la tv locale è seria, c’è quella che in gergo si chiama sottopancia, cioè una scritta, molto evidente che lo dice.

Favia ha subito ammesso di aver stipulato un contratto con 7 Gold, di 200 euro al mese. “In questo modo riusciamo ad arrivare a quella fascia di popolazione che non ha dimestichezza con la rete – spiega – E comunque è tutto fatto nella massima trasparenza, rendicontato e pubblicato online sulle nostre pagine web”. Il problema, secondo Favia, non esiste. Al limite si tratta di un errore delle tv che non sempre segnalano che si tratta di spazi pagati: “Io l’ho chiesto, e infatti è stato detto a voce dal conduttore”. E a chi, come il presidente dell’assemblea Matteo Richetti, parla di “scandalo”, il consigliere a cinque stelle replica: “Abbiamo una giunta che ha 23 giornalisti al suo servizio e spende 100 mi-la euro l’anno di comunicazione. Forse bisognerebbe parlare di altro”.

Le apparizioni  dei consiglieri vengono pagate attingendo al fondo che la Regione Emilia Romagna mette a disposizione dei gruppi per la promozione dell’attività istituzionale, e che viale Aldo Moro ripartisce alle varie formazioni politiche in base al numero degli eletti. Un tesoretto da quasi 4 milioni l’anno che comprende anche altre voci, come pranzi di lavoro, iniziative pubbliche, incontri e cene. Solo per le pubblicazioni i partiti bruciano 112mila euro l’anno. Il più spendaccione è il Pd, che nel 2011 per stampare ha usato oltre 63mila euro.

“Delle risorse per la promozione, noi abbiamo usato 1500 euro per cinque ospitate in tv “, chiarisce Galeazzo Bignami del Pdl. È vero che non è l’unico strumento di comunicazione che abbiamo, ma è anche vero che sicuramente c’è un problema di rappresentatività”.

Nella bufera di ferragosto è finito anche il capogruppo di Sel, Gian Guido Naldi: “Quando io ho fatto notare ad alcune tv che non veniva dato abbastanza spazio al mio gruppo, mi hanno risposto mostrandomi un contratto in bianco. Del resto tutti coloro che appaiono nelle emittenti locali hanno messo mano al portafoglio”.

Intanto, dopo il polverone mediatico, ha deciso di muoversi anche l’Ordine dei giornalisti, che ha assicurato che si impegnerà, seppur 34 anni dopo, per fare luce sulla questione. “Mi vergogno per quel che leggo”, ha commentato il presidente dell’Ordine nazionale, Enzo Iacopino. “In Emilia Romagna ci sono consiglieri regionali che pagano per essere intervistati dalle tv. E giornalisti che ammettono di prendere il denaro. È informazione questa? Non credo”.

Il Fatto Quotidiano, 15 agosto 2012