Nel linguaggio del web è scritto così: “@2MB18nomA“. Il numero 2 si legge “Lee”, MB sta per Myung-bak e “noma” in coreano significa “bastardo”. Lee Myung-bak è presidente della Corea del Sud e criticarlo, men che meno insultarlo, al di sotto del 38° parallelo nord non è consentito, così l’account Twitter è stato chiuso d’autorità. Neanche i messaggi cifrati reggono al giro di vite che Seul sta impartendo nelle ultime settimane sul web. Leader mondiale per connettività e velocità di internet, indicata da anni come democrazia emergente nel lontano Oriente, la Corea del Sud vede nello sviluppo delle autostrade digitali un’opportunità per mettersi in scia alle grandi potenze economiche, ma ha dichiarato guerra ai cittadini che il web lo usano per criticare il governo.

Il primo campanello d’allarme lo scorso Natale: il 26 dicembre ci fu la prova che Seul aveva smesso di scherzare. Chung Bong-ju, 51 anni, idolo nazionale sul web, è finito in carcere per aver sfidato per l’ennesima volta Lee Myung-bak. Quella volta Bong-ju non si era limitato a prendere in giro il presidente nella sua trasmissione I’m a pretty minded creep (Sono un servo intelligente), tra i programmi politici più scaricati al mondo su iTunes, ma lo aveva accusato di essere coinvolto nello scandalo finanziario che aveva portato al fallimento della LKE Bank e alla rovina di 5.500 investitori, avvenuto prima della sua elezione nel 2007. Per questo la Corte Suprema aveva condannato Bong-ju ad un anno di prigione.

La stretta era solo all’inizio. “I new media e i social network stanno diventando uno strumento di opposizione – spiega al New York Times Chang Yeoh-kyung, attivista politico – il governo vuole seminare il terrore per evitare che la bomba del dissenso esploda proprio sul web”. Con il 96.8% dei coreani che già nel 2005 navigava su internet tramite telefonino, l’agorà digitale ha preso il posto della piazza le cui rivolte negli anni ’80 avevano portato alla fine del passato regime. Lee Myung-bak ha fiutato il pericolo e ha deciso per la stretta, presentandosi “come un padre di famiglia che pensa al bene dei suoi figli”, spiega Park Kyung-sin, membro dell’opposizione nella Commissione governativa di controllo sul web, tanto che una delle prime decisioni adottate dalla commissione era stata quella di fare una legge per “purificare il linguaggio”.

Proprio in base a quel provvedimento pochi giorni fa l’ID Twitter “Lee Myung-bak è un bastardo” è stato spazzato via. Song Jin-yong, l’autore, si era firmato “Io sono il 99%”, lo slogan utilizzato in tutto il mondo dal movimento Occupy durante le proprie manifestazioni. La stessa firma appariva in calce ad un post che la scorsa settimana paragonava gli ufficiali della Marina ai pirati: il post è stato rimosso e l’autore è finito sotto processo con l’accusa di “diffamazione criminale”. Il sito di informazione www.ilyoseoul.co.kr racconta, poi, la storia di un giudice sollevato dal suo incarico per aver accusato il presidente Myung-bak (“Sua Altezza”) di voler “fottere gli utenti di internet che sfidano la sua autorità”.

I segnali di insofferenza mostrati da Seul verso la libertà di espressione online erano aumentati già nel 2010 quando 151 persone erano state interrogate perché sospettate di aver violato la legge sulla Sicurezza nazionale: nel 2009 erano state 39. E sempre nel 2010 il numero degli indagati per attività pro nord-coreane sul web era salito ad 82 dalle 5 del 2008. Il giro di vite sui contenuti, poi, è cominciato nel 2011: nei primi 10 mesi dell’anno la polizia ha cancellato 67.300 post accusati di mettere in pericolo la sicurezza nazionale “lodando la Corea del Nord e attaccando gli Usa e il governo di Seul”: nel 2009 erano stati 14.430.

L’allarme era arrivato anche al Palazzo di Vetro ed era così elevato che il relatore speciale dell’Onu sulla libertà di espressione l’anno scorso aveva deciso di tenere ai funzionari del governo di Seul una conferenza sulla necessità del controllo pubblico in una democrazia matura. Pian piano il pericolo è aumentato e la censura ha spostato il mirino. Spiega Reporter senza Frontiere nel rapporto “I nemici di Internet” del 2011: la Corea del Sud ha non solo intensificato la sua pluriennale campagna di censura dei contenuti che mettono in luce positiva la Corea del Nord, ma “si è focalizzata soprattutto sulle opinioni politiche espresse online, con la politica che è diventata uno degli argomenti più dibattuti in questo anno di elezioni “. A dicembre i sud coreani torneranno alle urne per eleggere il nuovo presidente.