Al parco a spingere la carrozzina c’è papà. Alle pappe e ai pannolini ci pensa sempre lui. Mamma non c’è, è al lavoro. Ordinarie istantanee di vita familiare in mezza Europa, ma non Italia. Eppure anche nel nostro Paese il congedo parentale per i padri è regolato dal 2000 con la legge 53, voluta dall’allora ministro per la Solidarietà sociale Livia Turco. La norma consente ad entrambi i genitori, se dipendenti e con figli minori di otto anni, di stare a casa per un certo periodo di tempo, subendo però una riduzione del salario. Per i padri, il congedo può durare dai sei ai sette mesi e consente di percepire un’indennità sino al 30 per cento dello stipendio, che viene erogata soltanto se il bambino ha meno di 3 anni.

Il ministro del Lavoro Elsa Fornero ha introdotto l’obbligo di astenersi dal lavoro per tre giorni dopo la nascita del bimbo, senza variazioni di stipendio. Poco o niente rispetto ai 30 giorni concessi dalla Svezia o agli 11 della Francia, ma comunque un passo importante.

Il congedo neonatale deve essere goduto entro cinque mesi dalla nascita, “ma andrebbe preso subito – puntualizza Maurizio Quilici, fondatore dell’Istituto di Studi sulla paternità – In Italia sembra ancora che la cura dei piccoli sia appannaggio esclusivo delle mamme”.

SOLO IL 6,9% – Richiedere il congedo non è difficile, si fa tutto sul sito dell’Inps. Si compila la domanda, si ottiene un codice di protocollo e lo si comunica all’azienda. Niente code o burocrazia infinta. C’è anche la possibilità di richiedere l’integrazione dello stipendio con il Tfr per tornare al 100% della spettanza mensile.

Nonostante la semplicità della pratica, secondo l’Istat, i papà che scelgono di rimanere a casa sono solo il 6,9%. “La società italiana non incentiva scelte di questo tipo – spiega Quilici – C’è ancora una sorta di maschilismo per cui sono le donne a doversi occupare dei figli. Nemmeno le aziende aiutano, soprattutto in tempo di crisi. Molti padri temono di mettersi in cattiva luce con il datore di lavoro”. Lo sa bene Francesco, 38enne, impiegato: “Quando ho scelto di prendere il congedo per stare con mia figlia di 13 mesi tutti mi chiedevano “Come mai?”, quasi fosse illogico. L’ho fatto perché voglio veder crescere mia figlia, ma anche aiutare mia moglie. Lei non ha avuto la stessa fortuna. Ha un contratto a termine e la sua maternità non è stata accolta bene al lavoro, temeva di perdere il posto”. “Quando porto Matilde al parco incontro solo mamme, qualcuna mi ha addirittura chiesto se fossi rimasto vedovo”, racconta Francesco.

PAPA’ D’EUROPA – Fraintendimenti a cui non è abituato Stefano Dell’Orto, 42enne manager italiano, emigrato in Svezia per amore e papà di Eleonora e Sofia. “Sono rimasto a casa dopo la nascita di entrambe le mie figlie -racconta – tre mesi con la prima e quattro con la seconda. Qui è normale. Sei una mosca bianca se non lo fai”. In Svezia la legge che regola il congedo parentale è stata introdotta nel 1974, all’inizio veniva sfruttata solo dal 2,5% dei padri, oggi dall’80 per cento. “Nella società per cui lavoro – spiega Stefano – ci sono più congedi maschili che femminili. Lo stato rimborsa l ’80 per cento dello stipendio, sino a 42.400 Euro l’anno. Molte aziende poi aggiungono la differenza per garantire la copertura sino al 90-100 per cento del salario effettivo. “E’ un modo per aiutarsi tra coniugi anche nella carriera. Comunque – sottolinea Dell’Orto – le donne in Svezia vengo assunte anche quando sono incinta”. Stefano ha scelto di raccontare la sua esperienza in un blog: “Volevo condividere la mia avventura e avere un ricordo. Il congedo non è una vacanza, ma un’esperienza totalizzante”.

I “family men” non sono una rarità nemmeno in Germania. La legge teutonica prevede fino a 14 mesi di congedo per i padri, 12 per le madri, in cui viene versato il 67% dello stipendio. Secondo uno studio del Diw (l’Istituto tedesco per la ricerca economica) la percentuale di papà che prende il congedo è passata dal 3,5% del 2007 al 16% del 2009 fino al 25% oggi. Numeri che in Italia, per ora, sembrano irraggiungibili, anche se “le cose pian piano stanno cambiando-precisa Quilici- la rivoluzione sarà lenta, ma inesorabile”.