Siamo quasi a metà agosto e gli unici giornali da leggere sull’Arctic Sunrise, la rompighiaccio di Greenpeace, sono di fine luglio: l’equipaggio non si stanca di leggerli, in barca le notizie invecchiano più lentamente. Stiamo navigando in mezzo al Mare di Barents, al largo della costa occidentale russa, e ci stiamo dirigendo verso la Norvegia. I primi giorni di navigazione, con il vento a favore, sono andati bene, adesso con il mare contro, la nave si muove molto di più. Ma la motivazione tiene alto il morale.

Siamo vicino alla “Prirazlomnaya”, la prima piattaforma petrolifera in Artico (di proprietà di Gazprom). Anche se dobbiamo rimanere a una distanza di 3 miglia, la piattaforma è talmente mastodontica che si vede perfettamente. Le trivelle avrebbero già dovuto essere a regime, ma, a causa di innumerevoli problemi tecnici, l’inizio delle attività di perforazione è stato posticipato fino almeno all’inizio dell’anno prossimo.

La situazione di questa piattaforma dimostra perfettamente quanto l’industria del petrolio sia impreparata ad affrontare le condizioni estreme dell’Artico. La Prirazlomnaya è rimasta in costruzione per oltre 15 anni e una parte della struttura è stata recuperata da una vecchia piattaforma scozzese dismessa nel 2002. La Prirazlomnaya è già tecnicamente antiquata prima ancora di inaugurare i lavori.

Arctic Sunrise

Oltre ai problemi tecnici, le condizioni nel Mare di Barents sono ostiche: il sito dove si trova la piattaforma è ghiacciato per 8/9 mesi all’anno e le temperature possono arrivare anche a meno 50° sotto zero. La Prirazlomnaya era stata inizialmente fissata al fondo del mare usando dei grossi massi, ma la potenza del ghiaccio è riuscita a spostare tutta la struttura. Se a quel tempo i tubi per l’estrazione del petrolio fossero già stati installati, sarebbe successo un disastro.

Sulle coste intorno a questa piattaforma si trovano i siti di accoppiamento e riproduzione dell’Orso Polare, del Tricheco e di altre specie rare. La probabilità che si verifichino degli incidenti è molto alta e le conseguenze per questo ecosistema sarebbero devastanti. Né Gazprom né nessuno dei suoi partner sono pronti a gestire la situazione in caso di emergenza. Il sistema approntato da Gazprom può reggere una fuoriuscita fino a 1.500 tonnellate di petrolio, ma la piattaforma ne può contenere 120.000.

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Nella stessa area, Rosneft, l’altro gigante russo del petrolio, sta facendo delle ricerche sismografiche, preliminari alle attività di perforazione. Il rumore prodotto da questi test è insopportabile per le balene e per molti altri animali. Secondo il Presidente Igor Sechin, il costo totale delle operazioni in Artico si aggira intorno ai 400 miliardi di dollari, una cifra simile a quella necessaria per le missioni spaziali.

Rosneft ha concluso accordi con ENI, con la norvegese Statoil e la statunitense ExxonMobil. Le grandi compagnie russe sono costrette a coinvolgere gli investitori stranieri perché i costi delle attività di perforazione in Artico sono troppo alti. Il Primo ministro Medvedev ha recentemente dato precise indicazioni per la creazione di incentivi proprio per attrarre gli investitori.

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Invece di spendere i soldi dei cittadini per attirare investimenti e perforare l’Artico, i Governi degli Stati che si affaciano sul Polo Nord dovrebbero finanziare la produzione di energia pulita. Il guadagno delle perforazioni in Artico (6,6 milioni di tonnellate all’anno di petrolio) è totalmente sproporzionato rispetto ai rischi per l’ambiente e la salute. Dobbiamo fermare questa pericolosissima corsa all’oro nero prima che l’Artico venga distrutto.

di Asti Roesle e Rebecca Borraccini

(Foto di Rebecca Borraccini)