Fareed Zakaria, il principe degli editorialisti di politica internazionale d’America sospeso per plagio. Per sua stessa ammissione “Ho commesso un grave errore, di cui mi assumo tutte le colpe”, scrive l’editor at large (commentatore globale) del Time in poche righe in fondo proprio al suo pezzo incriminato che riguardava il controllo sulle armi negli Stati Uniti dopo l’ultima ondata di stragi, composto copiando in buona parte l’articolo pubblicato mesi prima sul New Yorker (settimanale liberal newyorchese di cui è stato per un certo tempo collaboratore). In altrettante poche righe la direzione del Time annunciava la sospensione della rubrica settimanale dell’enfant prodige del giornalismo statunitense (Zakaria è nato in India 48 anni fa) per un mese “per ulteriori controlli” sui suoi scritti. Lo stesso ha deciso la tv d’informazione Cnn di cui Zakaria era uno dei commentatori di punta.

Il detto (anonimo) “copiare da uno è plagio, da molti è ricerca” risulta ancora una volta consono per la caduta nella polvere mediatica del più autorevole commentatore americano dei fatti del mondo. Brillante fin dall’università: Yale e poi Harward, poi – vent’anni fa – alla guida della rivista Foreign Affairs e poi direttore-editorialista di Newsweek e strappato – seppur forse non a peso d’oro – dal settimanale concorrente Time, nel momento in cui Newsweek era precipitato in crisi nera (risollevato grazie all’acquisizione da parte del sito Daily Beast), con libertà assoluta di dire la sua ogni settimana sui fatti principali.

Principe dell’informazione e in qualche modo opinion leader globale, tanto è vero che i suoi articoli vengono letti (e tradotti) in diversi paesi occidentali (Italia compresa), Zakaria è espressione di quella élite intellettuale planetaria e trasversale e simbolo della capacità di esprimere le proprie idee – avendone di buone da affermare – al di là del luogo di origine (Bombay). La sua autorevolezza non era mai stata messa in discussione, semmai il suo modo assertivo e netto di sostenere un concetto e una linea politica. Difficile da collocare nel panorama politico statunitense, giudicato di volta in volta conservatore o liberal – lui si definisce “centrista ” – il commentatore americo-indiano orienta da anni parte dell’opinione pubblica statunitense su molti dei principali temi di politica estera con tesi sempre ben definite e una ricchezza di considerazioni e particolari espressi con prosa brillante e decisa.

Adesso che Zakaria ha ammesso la sua colpa – nettamente e chiaramente, come nel suo stile e come richiede il codice di comportamento anglosassone dell’assunzione di colpa per poter sperare in una rapida riabilitazione – si spulciano i suoi precedenti articoli, in cerca di altre cadute nella debolezza del plagio, colpa che condivide con non pochi altri giornalisti americani, ma mai nessuno della sua fama.

Ed è dall’informazione stessa, che mastica e digerisce rapidamente tutto, che viene uno spiraglio di salvezza per uno dei suoi massimi interpreti: “Chi ha approfittato di più della presentazione del vice di Romney? Zakaria. La sua notizia è già morta”, twittava ieri sera Dan Abrams, scrittore e commentatore tv.

Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2012