“Visto da lontano, il conflitto in Siria potrebbe sembrare una lenta, dolorosa fatica, intervallata da accelerazioni intermittenti e apparenti momenti di svolta, influenzati dalle attività internazionali. Avvicinando l’inquadratura, questa impressione può essere messa da parte. Le manovre diplomatiche hanno finito per essere nulla di più di inerzia mascherata da attività. L’Occidente le ha usate per far finta di fare molto più di quanto stesse facendo in realtà; la Russia le ha sfruttate per mostrare di appoggiare il regime siriano molto più di quanto stesse effettivamente facendo. Intanto, in Siria non si vede né uno stallo, né una trasformazione improvvisa; praticamente tutto è venuto cambiando, ma a un ritmo lento: la forma del conflitto, le dinamiche della società, le relazioni intersettarie, perfino la natura del regime che l’opposizione cerca di deporre”. Con questo articolato paragrafo d’apertura, comincia il rapporto sul conflitto siriano diffuso pochi giorni fa dall’International Crisis Group, un think tank indipendente specializzato in analisi sulla situazione internazionale, presieduto dal luglio 2009 da Louise Arbour, già Alto commissario Onu per i diritti umani.

In una cinquantina di pagine, il rapporto si concentra su alcuni aspetti della crisi siriana, in particolare sul ruolo degli alawiti e sulle possibilità di trovare (ancora) una via d’uscita politica alla crisi, prima di ulteriori spargimenti di sangue, forse perfino più pesanti dei circa 20 mila morti degli ultimi diciassette mesi. “La Siria è diventata un terreno per intromissioni esterne – si legge nel rapporto – Ma queste intromissioni sono state molto più efficaci nel sostenere il conflitto che nell’avvicinarne la fine”. Nonostante queste intromissioni e altre possibili in futuro, tuttavia, secondo il Crisis Group, “il conflitto potrà essere sostenuto e influenzato da terzi, ma non risolto da essi. Questo ruolo poco invidiabile ricade sulle spalle dei siriani”. Le due parti in campo, dopo diciassette mesi di combattimenti, sono cambiate, sostiene il rapporto: “Il regime sembra si stia trasformando in una formidabile milizia che combatte per la propria sopravvivenza; la comunità alawita è sempre più convinta che il suo destino sia legato a quello del regime e l’opposizione è minacciata dalle sue proprie forme di radicalismo. Questi ingredienti assieme possono disegnare una prolungata e ancora più distruttiva guerra civile”. I cambiamenti delle dinamiche a cui si accennava nel paragrafo iniziale riguardano sia l’evoluzione del regime, che nel corso dei mesi è passato da concessioni politiche fatte malvolentieri e accompagnate da una repressione che ne ha minato la credibilità, a un approccio basato sulla sicurezza, fino alla ricerca di una improbabile soluzione militare.

Dal lato dell’opposizione, si è passati da una “vibrante e resistente società civile” all’aumento delle divisioni settarie, a fatica contenute dal sentimento di orgoglio nazionale che sembra invece emergere a tratti anche dalla resistenza al regime, fino all’emersione di “radicati sentimenti anti-alawiti e anti-sciiti, che emergono con più forza con il passare dei mesi”. Per cercare di uscire da questa spirale che si autoalimenta, secondo il rapporto, non si può scommettere sulla capacità del regime di modificare il proprio comportamento, perché la progressiva evoluzione verso una soluzione militare ha “bruciato i ponti” anche all’interno dell’apparato di governo e quindi, il compito spetta all’opposizione: “Affrontare seriamente il fenomeno delle vendette, del settarismo e del fondamentalismo nei suoi ranghi; ripensare l’obiettivo di uno sradicamento totale del regime concentrandosi invece sulla riabilitazione delle istituzioni pubbliche; modificare profondamente le relazioni con la comunità alawita e proporre lungimiranti piani per la giustizia nella fase di transizione”. Una fase in cui dovranno convivere probabilmente una qualche forma di amnistia con la possibilità di chiedere conto dei crimini commessi sia durante la dittatura che durante gli scontri di questi mesi.

La questione fondamentale, secondo la conclusione del rapporto, è come superare la logica adottata da entrambe le parti della distruzione completa dell’avversario politico. Una logica che, evidentemente, non può soddisfare i molti siriani che non hanno scelto con chi schierarsi: “Diciassette mesi di spargimento di sangue e distruzione non sono bastati né al regime né all’opposizione per presentare un piano che non comporti la completa eradicazione dell’altro”. La chiave di volta, secondo i ricercatori del Crisis Group, starebbe nell’atteggiamento della comunità alawita e in misura minore in quello di altre minoranze (cristiani, drusi, ismailiti) che attendono di sapere quali possano essere i piani per il futuro dello stato e il loro posto in esso: “Non ci sono risposte semplici e come potrebbero facilmente dire i leader dell’opposizione, l’umore della strada non è esattamente favorevole a proposte aperte e generose. Ma le dinamiche sul terreno lasciano presagire ancora più violenza, disperazione e radicalizzazione, per questo una risposta del genere non è sufficiente. In tempi come questi, leadership vuol dire nuotare contro la corrente, non esserne trascinati”.

di Joseph Zarlingo