L’allenatore si alza in piedi, prima si sbraccia, si ferma, poi s’incazza. Come una bestia. Il suo centravanti, 9 anni, entrato in area palla al piede, non è andato giù quando il difensore l’ha sfiorato. Due mamme a bordo campo si esibiscono in reciproci insulti che vanno ben oltre la comprensione femminile del fuori gioco. I babbi osservano, non intervengono, nemmeno quando arrivano alle sberle. Folklore, non un fatto isolato. E’ tutto come un qualunque campionato di calcio: tra il fischio d’inizio e il 90esimo non c’è posto per la riflessione o lo scandalo scommesse, ma solo per l’istinto cavernicolo che spinge il tifoso medio a esibirsi in gutturali cori privi di consonanti. 
Un amico di Parma mi sottopone la lettera che ha consegnato ai dirigenti della società calcistica in cui gioca il figlio di sei anni. Durante un allenamento il figlio si è distratto giocando con la sabbia a bordo campo. L’allenatore, probabilmente con un glorioso passato in terza categoria, sibila al bambino “Ma i tuoi genitori cosa ti mandano qui a fare?”.
Torniamo alla partita di prima. L’allenatore prosegue, si rivolge ora all’ala destra, che trotterella lungo la zona confinante con il pubblico. Subito il padre del campioncino dà indicazioni opposte a quelle del mister. Il bambino non sa che fare, s’inchioda, attende che la palla gli rimbalzi addosso. L’allenatore non s’incazza: lo sostituisce. L’azione va avanti, il centrocampista, venendo meno a quanto gli è stato insegnato, “provoca” il gol dell’avversario. La colpa? Niente fallo tattico. Ecco, il fallo tattico: è uno degli aspetti più beceri del calcio moderno, un eufemismo didattico per legittimare un atto anti-sportivo per eccellenza. E’ un’ occasione persa che il calcio non sia più un veicolo di educazione, talmente diffuso che potrebbe sopperire a tante carenze con poche basi pedagogiche. Oggi, specie nel mondo pallonaro, è sufficiente esser stati mediocri scarponi per vedersi assegnare il ruolo delicatissimo di allenatore in una qualunque squadretta al di sotto dei dieci anni. Spesso mi rispondono che tale allenatore “è stato un nostro ragazzo, giocava benissimo” quando poi non sa piegarsi sulle ginocchia per guardare un bambino negli occhi.
Mio padre, da anni nel mondo del calcio dilettantistico giovanile, mi “rassicura”: ormai è una regola tra i piccoli, a metà campionato vengono divisi, buoni con buoni e scarponi con scarponi. Nella lettera del mio amico si dice appunto che il fare gruppo dei princìpi etico-sportivi societari col trascorrere dei mesi è stato sostituito dal fare risultato. Ma se l’importante è vincere perché non insegnare anche l’importanza della sconfitta?
Ho il privilegio di lavorare con i bambini in un contesto dove si sperimentano tutti gli sport, in un luogo in cui regolarmente vengono organizzati corsi di formazione aperti a tutte le società di ogni disciplina: il calcio non risponde mai.
Vabbè che il calcio deve fare cassa, ma almeno quando siamo nei campi spelati dei dilettanti, in quelle che chiamano “scuola calcio” si potrebbe azzardare un po’ meno calcio e un po’ più scuola. Somiglia invece sempre più a un dopo lavoro per falliti del professionismo che in periferia riscattano ciò che il talento gli ha negato. A spese dei bambini molto più che delle tasche di mamma e papà, sempre più spettatori che genitori.
Sono lontani i tempi in cui sognavamo di diventare campioni per comprare la lavatrice in casa.