C’è vita sul pianeta Università? Le notizie che giungono sono contraddittorie. Il Generale Agosto, come sempre, sembra riuscito nell’impresa mancata dai burocrati del Ministero: spezzare la resistenza dei sopravvissuti che, secondo voci incontrollate, si aggirerebbero ancora in infradito fra le macerie. Deserte le aule, solo negli uffici, alla fine di lunghi corridoi rimbombanti, proseguirebbe un’esistenza larvale. Si racconta che dietro certe scrivanie, nelle notti serene, qualche testa pensante, i radi capelli scarmigliati dall’aria condizionata, coltiva addirittura sogni di riscatto.

È che siamo tutti, studenti docenti e tecnici, ancora prostrati dalla maledetta primavera attraversata, e atterriti dall’infernale autunno che ci aspetta. Con uno-due degno di Mohammed Alì, il Ministero ha lanciato prima la Valutazione della ricerca, di fronte alla quale impallidiscono i Piani quinquennali e le Azioni parallele d’antan, e poi le cosiddette Abilitazioni. Queste ultime – lo dico solo per chi si culla nel luogo comune che gli universitari non lavorino – è un meccanismo diabolico escogitato da qualche direttore generale, o da qualche consulente bocconiano, con due obbiettivi: tenere impegnato chi è già dentro, impedendogli di insegnare e di studiare, e alimentare le illusioni di chi sta fuori, facendogli balenare spiragli di ingresso.

Così, chi sta fuori, di qui al due novembre – data anch’essa scelta non a caso – sarà impegnato a produrre le domande di abilitazione nonché, inevitabilmente, la letteratura da concorso indispensabile alle stesse: così se, alle due di notte, vedete una luce accesa nella finestra dirimpetto, non immaginatevi il solito maniaco insonne ma un aspirante universitario che elucubra. Chi sta dentro, invece, peregrina fra le copisterie d’agosto alla ricerca di uno scanner per fare domanda da commissario: in realtà tenendo le dita incrociate dietro la schiena nella speranza che non gli tocchi, che il fatale sorteggio lo risparmi dal celebrare in prima persona quest’ennesimo rito ipocrita. Perché il punto è sempre quello: non c’è un euro, e valutazioni e abilitazioni servirebbero a distribuire fondi i quali però, come i talleri di Kant, hanno l’unico difetto di non esistere.

E poi vi stupite se le iscrizioni sono in calo del 15 per cento in tre anni, e se gli atenei in debito d’ossigeno sono ridotti ai promettere Ipad ai più smarriti fra i neodiplomati, attingendo ai fondi per la didattica. Le sonde scese sul pianeta, del resto, riportano anche di disabili usciti dalle superiori con cento e lode i quali tentano vanamente di trovare, in giro per la penisola, una facoltà in grado di pagarsi una webcam per permetter loro di assistere alle lezioni a distanza: così, tanto per confermare quanto dobbiamo credere a tutte le fole che ci raccontano sull’innovazione e, perchè no, sul merito.