I pm della Procura di Palermo si sono comportati correttamente. Al loro posto avrei agito allo stesso modo. Le intercettazioni di Napolitano non andavano distrutte d’ufficio e mi sorprende che solo Il Fatto e pochi altri sostengano questa tesi”. A parlare è Antonello Racanelli, consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura in quota Magistratura Indipendente: un moderato, non sospettabile di essere un amico della Procura di Palermo. È stato lui il pm che ha chiesto l’archiviazione per Silvio Berlusconi nel caso Saccà e che ha acconsentito alla distruzione delle telefonate imbarazzanti del Cavaliere con le sue amiche in cerca di lavoro in Rai. Racanelli oggi però non si unisce al coro di chi dà ragione al presidente Napolitano: “Da sostituto procuratore – dice al Fatto – mi sono occupato più volte del problema della distruzione delle intercettazioni non rilevanti e, se fossi stato al posto dei colleghi di Palermo, mi sarei comportato esattamente come loro. Il procuratore Messineo, Ingroia e Di Matteo hanno rispettato la legge. Inutile girarci attorno: la normativa attuale non prevede la possibilità di distruggere gli audio delle conversazioni del presidente con Nicola Mancino al di fuori dell’udienza davanti al Gip alla presenza degli avvocati delle parti e del pm”.

Alcuni giuristi, come Gianluigi Pellegrino, sostengono che il Presidente ha ragione e che le intercettazioni andrebbero distrutte applicando la Costituzione e l’articolo 271 del codice.
Quella norma non c’entra nulla: riguarda le telefonate dell’indagato con il suo legale, non è applicabile per analogia al Capo dello Stato. La Costituzione non si occupa delle intercettazioni indirette,ma solo del divieto di disporre l’intercettazione del Capo dello Stato. L’interpretazione costituzionalmente orientata a cui lei fa riferimento merita rispetto, ma ho delle perplessità su questa tesi. A mio parere c’è una lacuna normativa e spetta al Parlamento colmarla. Non può farlo il pm inventandosi una norma che non c’è o applicando un’altra norma che non c’entra nulla come il 271.

Il Fatto sostiene da tempo questa tesi nell’isolamento generale. Perché nessun costituzionalista ha il coraggio di farsi intervistare per dire una cosa così ovvia?
Lei sa che le mie posizioni su molte questioni sono lontane anni luce dal Fatto. Devo dire però con mia sorpresa che su questi aspetti molte volte ho notato che siete stati gli unici a scrivere, magari con toni che non condivido (specie con riferimento alla persona del Presidente), cose corrette dal punto di vista tecnico. Anche se alcuni giuristi come il professor Cordero hanno scritto che la procedura seguita dai pm di Palermo è giusta, effettivamente non sono state tante le voci fuori dal coro. Anche l’Anm non ha brillato nel difendere i sostituti della Procura di Palermo sottoposti non a legittime critiche, ma a pesanti accuse.

Come valuta l’intervento del Capo dello Stato nella questione del coordinamento tra le procure che indagano sulle stragi e sulla trattativa? La famosa lettera al Procuratore generale Ciani per imporre un coordinamento tra procure è un’anomala invasione di campo su richiesta di un amico di Napolitano o è una normale attività del presidente?
Se il Presidente Napolitano è intervenuto come Capo dello Stato nella mia qualità di componente del Csm posso solo esprimere rispetto istituzionale. Ma se si è trattato, come alcuni hanno sostenuto, di un intervento nella qualità di Presidente del Csm, allora, secondo me, si pone un problema sul quale è opportuno riflettere con serenità e rispetto. Ritengo che se il presidente del Csm interviene su una questione così delicata dovrebbe interessare il Consiglio. Pur con il massimo rispetto e con la massima stima per il suo insostituibile ruolo nella difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura mi chiedo: perché il Presidente della Repubblica, quando ha deciso di far scrivere al Pg della Cassazione, non lo ha comunicato a noi consiglieri del Csm?

Il Csm si occuperà del problema della distruzione delle intercettazioni. Le sembra opportuno?
Dai giornali ho appreso dell’apertura di una pratica sulle prassi e sulle linee interpretative corrette in materia, su richiesta del consigliere Nappi. Non sono affatto d’accordo: non è compito del Csm dire ai pubblici ministeri e ai gip cosa è giusto fare nel merito delle decisioni. Mi sembra una china pericolosa: il Csm non è né il Parlamento né la Cassazione.

Nappi è di Md e altri esponenti influenti di Md come Nello Rossi hanno criticato pubblicamente nel merito l’inchiesta di Ingroia e Di Matteo.
In generale mi sembra inaccettabile che un magistrato critichi pubblicamente un altro magistrato nel merito delle sue indagini. Sono rimasto deluso dal comportamento dell’Anm. La magistratura associata deve difendere per principio un pm esposto adattacchi molto forti, sia dall’interno della magistratura sia da esponenti politici, solo perché sta applicando la legge e sta svolgendo, nel suo libero convincimento, la sua funzione nel modo che ritiene giusto. A prescindere dalle idee che ciascuno può avere sul merito dell’indagine sulla trattativa, la nostra associazione di categoria doveva difendere Ingroiae Di Matteo così come secondo me era giusto difendere il sostituto pg Iacoviello quando fu attaccato per la sua requisitoria al processo Dell’Utri.

Lei ha votato contro il collocamento fuori ruolo di Ingroia. Se tutti i consiglieri avessero fatto come lei, Ingroia non sarebbe potuto andare in Guatemala.
È sicuro che sarebbe stato un male per la giustizia italiana? Ed è sicuro che quello era davvero il desiderio più profondo di un magistrato appassionato come Ingroia? Il mio timore è che abbia deciso di fare questo passo proprio perché ha sentito l’isolamento creato anche all’interno della stessa magistratura ed è questa la novità che mi preoccupa.

Da Il Fatto Quotidiano del 9 agosto 2012