La sentenza di condanna a morte di Marvin Wilson per l’omicidio di Jerry Williams nel 1992 è stata eseguita. A nulla è servita la mobilitazione delle associazioni per i diritti umani né l’ultimo appello presentato dall’avvocato Lee Kovarsky affinché la Corte Suprema tenesse conto dei ritardi mentali di cui Wilson era affetto e fermasse l’esecuzione. Appello respinto. Alle 18,27 ora statunitense, in piena notte in Italia, Wilson è stato dichiarato morto, 14 minuti dopo aver ricevuto l’iniezione letale che ha stroncato la sua vita. “Sono venuto qui da peccatore e me ne vado da santo. Riportami a casa Gesù”, sono state le ultime parole dell’uomo che nei test per calcolare il quoziente intellettivo aveva fatto registrare soltanto 61 punti e la cui condanna, pertanto, per una precedente sentenza della stessa Corte Suprema, sarebbe potuta essere commutata con l’ergastolo.

Wilson è stato il 484esimo detenuto giustiziato in Texas dal 1982. Il 246esimo da quando, dal dicembre del 2000, il repubblicano Rick Perry siede sulla poltrona di governatore. Nel braccio della morte Wilson era finito nel 1994, condannato alla pena capitale per il rapimento e l’omicidio di Jerry Williams il 4 novembre di due anni prima. Williams era un informatore della polizia che pochi giorni prima lo aveva denunciato come spacciatore. Secondo quanto emerso durante il processo Wilson, uscito su cauzione dopo essere stato arrestato con 24 grammi di cocaina, assalì e picchiò Williams assieme a un complice, Terry Lewis, davanti a un negozio a Beaumont, nella contea di Jefferson.

I due lo portarono via e poco dopo, raccontarono i testimoni, si udirono colpi di pistola. Il cadavere fu ritrovato sul ciglio della strada l’indomani. Wilson e Lewis furono arrestati, ma contro il primo pesarono le parole della moglie del complice secondo cui lo stesso Wilson le confessò di essere stato lui a uccidere l’informatore. La sentenza fu ribaltata dalla Corte d’appello del Texas nel 1997, ma l’anno seguente fu nuovamente condannato alla pena capitale. Lui non ha mai negato di aver spacciato cocaina, ma l’omicidio no, di quello non era colpevole ha sempre sostenuto.

Uno spiraglio per la sua salvezza si aprì nel 2002, con la sentenza della Corte Suprema nel caso che opponeva il condannato a morte Daryl Atkins allo Stato della Virginia. Con 6 voti favorevoli e 3 contrari, i giudici dichiararono incostituzionale l’applicazione della pena di morte alle persone affette da ritardo mentale. Secondo i giudici si sarebbe trattato di una punizione crudele, in violazione dell’ottavo emendamento.

Per la definizione di “ritardo mentale” la corte rimandava a quella data dall’allora American Psychiatric Association and the American Association of Mental Retardation, che in particolare fissa la soglia di 70 punti di quoziente intellettivo per stabilire se qualcuno possa essere considerato affetto da ritardi mentali. Nei sette anni in cui l’avvocato ha fatto leva su questo punto l’asticella del QI di Wilson ha oscillato in nove diversi test tra il 75 e i 61 punti, risultato quest’ultimo raggiunto con le prove più accurate e avanzate.

Già da bambino Wilson aveva mostrato i primi segni. Non sapeva allacciarsi le scarpe, contare i soldi, tosare il prato. Pur avendo frequentato scuole speciali, ne uscì con voti bassi. “Non riuscivo a credere che anche dopo la nascita del figlio continuasse a succhiarsi il pollice”, ha raccontato la sorella Kim parlando del fratello nel pieno dei suoi vent’anni.

Tuttavia la sentenza della Corte Suprema, lasciava ai singoli Stati spazio per stabilire i parametri in base ai quali giudicare eventuali ritardi. In Texas sono i sette fattori Briseño (dal nome di un altro caso). Tra i criteri scelti c’è la capacità di formulare e mettere in atto un progetto; la capacità di dimostrare la propria leadership; di riuscire a mentire per proteggere sé stessi o i propri interessi; di rispondere in modo appropriato e corretto.

I fattori Briseño sottolinea Human Rights Watch non sono però scientifici. Al contrario, secondo quanto riportato dall’ American Association on Intellectual and Developmental Disabilities, come è chiamata oggi l’Aaamr, si baserebbero su stereotipi. Ancora più duro il quotidiano britannico Guardian che individua nel Lennie Small bisognoso di sostegno, descritto da John Steinbeck nel romanzo Uomini e topi, il modello di chi può scampare all’esecuzione della sentenza di morte.

Per l’accusa Wilson riusciva a svolgere lavori manuali, aveva lavorato nel settore edilizio e il fatto che spacciasse dimostrava la sua capacità di gestire i soldi. Secondo l’avvocato Kovarsky, è invece “un oltraggio” che il Texas, uno dei 33 Stati Usa che ancora applicano la pena capitale e in cui il 70 per cento dei cittadini è favorevole alle esecuzioni, continui a usare metodi non scientifici per stabilire chi debba essere messo a morte.

di Andrea Pira