“Desiderare l’immortalità è desiderare la perpetuazione in eterno di un grande errore”. Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco, probabilmente non avrebbe approvato che per una ricerca sulla immortalità fossero stanziati ben 5 milioni di dollari. Eppure un professore dell’università della California a Riverside sarà pagato per questo; carpire i segreti, sondare il mistero della vita oltre. E’ stata una fondazione privata a mettere a disposizione  un piccolo tesoro per inseguire le riflessioni che in passato hanno impegnato le menti di Platone, Aristotele, Kant e anche del pensatore del “siamo ciò che mangiamo” Feuerbach, che pur negando qualsiasi forma d’immortalità religiosa era convinto del carattere immortale della specie umana.

A far sapere al mondo che c’erano una speciale borsa di studio è stato lo stesso ateneo californiano che ha spiegato che la cifra è stata messa a disposizione da una fondazione privata. I fondi sono stati stanziati dalla John Templeton foundation per il filosofo John Fischer, che avrà tre anni per capire tutti gli aspetti dell’immortalità, comprese le esperienze di “quasi-morte” e l’impatto delle convinzioni religiose nell’aldilà sul comportamento umano. “Le persone hanno pensato all’immortalità per tutta la storia – spiega Fischer – abbiamo un bisogno innato di sapere cosa ci succederà dopo la morte. Molto del dibattito ha riguardato la letteratura, in particolare fantastica, e la teologia in termini di aldilà, paradiso, purgatorio o karma. Nessuno ha ancora offerto uno sguardo complessivo al tema che metta insieme la scienza, la teologia e la filosofia”. Metà della cifra verrà impiegata per progetti di ricerca, spiega l’università, mentre il progetto comprende anche due conferenze, la prima delle quali da tenersi alla fine del secondo anno, e un sito web dove seguire i progressi. Che, eventualmente positivi, avrebbero terrorizzato il drammaturgo Anton Cechov: “La morte è spaventosa, ma ancor più spaventosa sarebbe la coscienza di vivere in eterno e di non poter morire mai”.

Il filosofo Stefano Zecchi avverte: “La vita ha senso se ha un limite”. Il desiderio di proiettarsi oltre la morte “è vecchio come la nostra cultura e chiama in causa sia la dimensione filosofica e il mito sia quella religiosa. Ma ciò che appaga è la ricerca di ciò che si può avere nella realtà. Sognare è giusto – ammonisce- ma bisogna tradurre in progetti concreti le proprie aspettative. La ricerca dell’infinito e la possibilità di superare ogni confine – sottolinea ancora il filosofo- ha qualcosa di infantile che incuriosisce anche i più piccoli”. Non solo. Scendendo nel dettaglio della ricerca, Zecchi chiarisce che “in una ricerca sull’immortalità maggiori indicazione potrebbero arrivare dalla biologia e dalla medicina“.