Sempre più nei dibattimenti processuali si assiste al coinvolgimento diretto di persone scomparse da tempo. Una violazione flagrante di uno dei principi-cardine dell’etica, la difesa pregiudiziale di chi muore e il rispetto per il suo corpo. Basterebbe ricordare uno dei personaggi più affascinanti e controversi dell’antichità: Achille. L’eroe dell’Iliade è colui che ha avuto il privilegio di scegliere il proprio destino, che ha deciso di essere fino in fondo se stesso, consapevole che pagherà tutto questo con la vita. Quando uccide Ettore, facendo scempio del suo corpo davanti alle mura di Troia, Achille sa che, nel calpestare la morte, anch’egli molto presto sarà coinvolto nella stessa situazione. La sera stessa Priamo va da lui e, genuflettendosi, gli chiede la restituzione del corpo del figlio. Achille, rispettando la sacralità della morte, glielo restituisce.

Nella contemporaneità si assiste a un caso analogo: la rivisitazione di calciopoli coinvolge direttamente una delle figure più nobili del calcio italiano, Giacinto Facchetti. In questo caso viene violato in maniera flagrante il principio della difesa e del rispetto per coloro che ci hanno lasciato come, ovviamente, sul piano giuridico, il principio della presunzione d’innocenza.

Quello di Giacinto Facchetti è il caso tipico di morte irredenta, tema trattato in maniera magistrale nel film di Pierpaolo Pasolini Accattone. Per l’intellettuale e artista italiano, la vita quotidiana, bassa e miserabile, è accompagnata da piccoli eventi a loro modo sacri, da “ierofanie”, per usare un’espressione cara a Mircea Eliade. La Passione secondo Matteo di Bach viene ad assumere questo stesso significato: Il Sacro e Il Sublime entrano in rapporto diretto con l’umile, il profano e il volgare. Il Coro finale della Passione bachiana, vero e proprio filo conduttore del film, è una “ierofania”, una manifestazione del destino di Accattone, ma anche il preludio per il suo riscatto. Sarà proprio la musica a elevare Accattone – povero Cristo, pappone di borgata – dalla miseria in cui lui e la sua gente si trovano confinati. È la musica che lo mostra al mondo, col suo coraggio e la sua viltà, innalzandolo al cielo in punto di morte, dalla polvere in cui ha sempre vissuto. I titoli di testa, in cui ritroviamo il Coro della Passione, si chiudono con alcuni endecasillabi del Purgatorio dantesco. Buoconte di Montefeltro, pentitosi in fin di vita, viene salvato dalla dannazione eterna. È dunque lo stesso Pasolini ad anticipare, con questa citazione, la conclusione del film, fornendo una chiave di lettura dell’epilogo: una sorta di apoteosi del miserabile, realizzata anche con l’ausilio del sublime bachiano. Come Buonconte, Accattone si salva, non già acquistando la salvezza eterna, quanto piuttosto conquistando una giusta, umana dignità che fino a quel momento la vita gli aveva negato. La musica svolge un ruolo decisivo; come suggerisce il musicista tedesco Hans Werner Henze: “Questa musica sta, come il suo autore, dalla parte del popolo, degli umiliati e degli offesi, e parla la loro lingua.

Tutti i martiri del mondo si possono riconoscere e ritrovare in queste richieste di soccorso e di lamentazioni”. Accattone acquisisce, alla fine, morendo, una redenzione che è stata per sempre negata a Giacinto Facchetti.