All’imbrunire, il milanese Bettino Craxi aveva una liturgia per la serata, tra le mura dell’Hotel Raphael, la sua storica residenza romana. La doccia nell’appartamento all’ultimo piano dell’albergo, poi la discesa al bar, dove c’era la sua corte ad attenderlo. Il famoso decisionismo fletteva un po’: “Allora, che si fa? Si cena qui da Spartaco o si va alla Majella”. Di solito, l’ultima parola era dello stesso Spartaco, cioè Vannoni, ex comunista, comproprietario del Raphael e consigliere del leader socialista: “Resteremo per la cena in albergo e parleremo di politica”.

Questa ed altre centinaia di scene sono state raccontate da Massimo Pini nella sua gigantesca biografia di Craxi, 737 pagine, pubblicata da Mondadori nel 2006. Pini è morto domenica scorsa a Milano. Aveva 75 anni. Si definì il “biografo necessario” del segretario del fu Psi morto in Tunisia, ad Hammamet. “Necessario” perché doveva una risposta a una tragica domanda che gli pose lo stesso Craxi: “Chi mi difenderà dopo la mia morte?”. Pini eseguì nelle 737 pagine, autointestandosi un valore storico, accademico e non giornalistico, e sperando in una riabilitazione imperitura del suo eroe: “Io penso che queste cose andrebbero insegnate a scuola: non solo la cronachetta scontata. D’altronde anche Mazzini morì in Italia sotto falso nome: lo ricorda Ferdinando Mar-tini, quando descrive gli ultimi giorni del fondatore della Giovane Italia. Era sotto falso nome perché ricercato dalla polizia; dopo qualche anno Mazzini è diventato quel grande che tutti noi conosciamo”. Ma Pini non è stato solo il cantore del craxismo. Ne fu anche l’emblema, da fedele braccio operativo, laddove il regime partitocratico della Prima Repubblica si spartiva potere, poltrone e affari: la Rai e la vecchia Iri. A viale Mazzini s’insediò da consigliere d’amministrazione nel 1975 e della sua esperienza ricavò un libro dal titolo chiaro: “Memorie di un lottizzato-re”. La consacrazione a boiardo di Stato avvenne nell’Iri di Romano Prodi, negli anni Ottanta. Craxi lo sguinzagliò nel Comitato di presidenza come mastino che doveva fare la guardia al Professore, dopo l’affaire Sme-De Benedetti. Anche in questo caso un altro volume: “I giorni dell’Iri”.

In pratica, Pini fu un protagonista di quella “mutazione genetica” del Psi che Riccardo Lombardi denunciò durante la gestione craxiana del partito. E riassunta così da Lombardi: “Craxi guida il partito secondo i criteri del Fuhrerprinzip, fa tutto di testa sua senza mai consultare i dirigenti di partito”. A dire il vero, secondo Pini, un consigliere c’era, ma morì presto. Scrive il cantore-biografo: “La perdita di Spartaco Vannoni fu per Craxi un colpo durissimo. Spartaco non gli aveva fatto soltanto da filtro contro le tentazioni cui un uomo solo poteva soggiacere in una città come Roma, ma gli aveva creato intorno, nel suo albergo, un’atmosfera quasi di seconda famiglia. Gli aveva costruito un nucleo autosufficiente in una capitale, dapprima indifferente o sprezzante, che ora si apprestava a conquistare l’Unno con tutti i mezzi di un’antica corruttrice. Craxi rimase nella fortezza del Raphael, ma ormai le porte dell’albergo non erano più sorvegliate dagli occhi mobilissimi del maestro”. Nani, ballerine e tangentisti presero il sopravvento. Il Psi si suicidò negli anni Novanta, ma per Pini fu complotto. Dal pool di Mani Pulite agli Stati Uniti. Frase di Craxi raccolta da Pini: “Per questo non torno in Italia, altrimenti mi uccidono”. Tangentopoli non risparmiò Pini: nel 1994 finì a domiciliari per un’inchiesta sulla corruzione della Guardia di Finanza. Una verifica fiscale morbida alla casa editrice Cosmopoli, di cui Pini era azionista di maggioranza. Da editore, però, il craxiano senza tessera (non fu mai iscritto al Psi, un po’ come Gianni Letta, braccio destro del Cavaliere, non è mai stato di Forza Italia e Pdl) fu noto per le edizioni Sugar.Co.

La sua esperienza di boiardo di Stato (quando l’Iri arrivò al capolinea, divenne consigliere per le privatizzazioni dell’allora premier Giuliano Amato) la mise poi a frutto come manager a disposizione Salvatore Ligresti, le cui fortune iniziarono da palazzinaro nella Milano di Craxi e Pillitteri. Nella galassia Ligresti è stato presidente della Milano assicurazioni, consigliere di Impregilo e rappresentante nel patto di Rcs. Non senza aver tentato l’impegno diretto in politica, alle elezioni del 2001. Pini fu un socialista che non scelse Forza Italia (a differenza dell’ex moglie, Margherita Boniver) ma Alleanza Nazionale. Merito dell’ex vicepresidente dell’Iri in quota repubblicana Pietro Armani, poi deputato di An nel 1996. Ma Pini non ce la fece alle politiche del 2001, sconfitto in un collegio lombardo. Fu ricompensato con un posto nel cda di Finmeccanica su designazione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quando Craxi morì nel gennaio del 2000, da latitante ad Hammamet, Pini era lì a comporre il feretro. Con una certezza: “Craxi è morto per colpa di Ciampi. Craxi si attendeva un qualche riconoscimento per la sua malattia da parte dell’allora capo di Stato. Quando Bettino constatò il silenzio del Quirinale si lasciò andare e morì”.

da Il Fatto Quotidiano del 7 agosto 2012