Quando si parla di ciclisti e di sicurezza per chi va in bici, da qualunque punto di vista si affronti la tematica, è inevitabile che qualcuno inizi ad evidenziare la spiacevole tendenza di chi va in bici a farsi beffe del codice della strada e a interpretarlo esclusivamente in termini di diritti e mai di doveri.

Per quanto io sia dichiaratamente di parte, strenuo sostenitore di ogni forma di mobilità a impatto zero, non mi è possibile negare l’evidenza e sono costretto ad ammetterlo: è vero, molti ciclisti sono maleducati, non rispettano i segnali stradali, utilizzano i marciapiedi pur non potendo, vanno in giro di notte senza luci e chi più ne ha più ne metta.

Quello che non sono disposto ad ammettere, però, è che i ciclisti siano mediamente più indisciplinati degli altri utenti della strada: personalmente trovo molto improbabile che una persona per bene, che ha sempre rispettato il prossimo, che fa la raccolta differenziata, che paga le tasse e chiede sempre lo scontrino, che raccoglie la cacca del cane, all’improvviso, entrando in contatto con una bicicletta, si trasformi in un pazzo eversivo nemico delle regole e dell’ordine costituito.

Sono convinto, piuttosto, che si tratti di un problema di educazione: maleducato è il ciclista che sfreccia sui marciapiedi reclamando strada a colpi di campanello, esattamente come maleducato è l’automobilista che in autostrada ti si attacca al paraurti posteriore e ti chiede di spostarti insistendo sulla leva degli abbaglianti. Non esistono ciclisti o automobilisti, ma esistono persone che usano l’automobile o la bicicletta per spostarsi e che credono di essere più furbi degli altri, che parcheggiano nel posto riservato ai disabili o bruciano il semaforo rosso non appena ne hanno l’opportunità.

La furbizia è quella cosa che in una scala di valori, ti fa mettere l’”io” prima del “noi”, l’interesse particolare prima del dell’interesse generale ed è un male che noi Italiani, così come gran parte dei popoli mediterranei, conosciamo molto bene e che è il primo sintomo della maleducazione.

Ma se il problema è la maleducazione, allora per cambiare la realtà può essere sufficiente intervenire in termini di educazione. La Germania da anni sta investendo nella formazione di tutti gli utenti della strada spiegano perché non bisogna bere e guidare, perché parlare al telefono mentre si è al volante non è una buona idea, perché la velocità uccide.

In Italia, invece si parte dal presupposto che le regole del codice della strada (ma soprattutto della convivenza civile) siano scritte all’interno del patrimonio genetico di ciascuno di noi e che si tramandino di generazione in generazione di padre in figlio, mentre per guidare un’automobile è sufficiente rispondere correttamente ad una serie di domande trabocchetto che hanno la funzione di premiare i più furbi e intelligenti e non di formare gli autisti di domani.

Perché allora non puntare sulla formazione, magari introducendo l’insegnamento obbligatorio dell’educazione stradale nelle scuole elementari e medie, utilizzando modalità pedagogiche che non abbiano solamente la finalità di insegnare ai ragazzi come si affronta una rotonda in bicicletta, ma anche di riconoscere i pericoli, in modo che i ragazzi educhino i propri genitori ad assumere comportamenti più responsabili sulla strada. Oppure attraverso la televisione.

Grazie alla televisione, gli abitanti della Turchia, tra gli anni ’80 e gli anni ’90 hanno imparato a non sputare a terra, a lasciare il posto sugli autobus agli anziani, a fare la doccia tutti i giorni e a tirare lo sciacquone dopo aver fatto i propri bisogni. Perché non  fare lo stesso per insegnarci perché bisogna rispettare il codice della strada?

La formazione è fondamentale per lo sviluppo del senso civico. Lo hanno capito in Belgio, dove, grazie ad un programma finanziato dallo stato, i neociclisti vengono accompagnati da un coach che insegna loro come stare in sella e come ci si comporta sulla strada.

In attesa che anche in Italia lo stato si occupi della formazione sulla strada di chi non necessariamente ha la patente, il gruppo di #salvaiciclisti di Roma ha deciso di lanciare un progetto: il Libero Ateneo del Ciclismo Urbano. Sarà gestito unicamente da volontari che, a Settembre, durante la settimana europea della mobilità, si porranno il compito di formare vecchi e nuovi ciclisti su come si sta in strada nel rispetto degli altri, come si porta a casa la pelle e come si mette a punto la propria bicicletta per circolare in sicurezza.