L’ultimo quartiere controllato dai ribelli del Free Syria Army a Damasco è stato ripreso dall’esercito regolare. Durissimi i combattimenti nel quartiere di Tadamon, dove si era concentrata la resistenza dei miliziani anti-governativi. Secondo Al Jazeera, che cita fonti di residenti del posto, la zona è stata attaccata venerdì da «migliaia» di soldati dell’esercito regolare, appoggiati da carri armati e veicoli blindati. Uno spiegamento di forze che ha avuto ragione delle linee di difesa dei ribelli, che a quanto pare hanno lasciato la zona.

Diversa, invece, la situazione ad Aleppo, dove nella notte tra venerdì e sabato sarebbero avvenuti in bombardamenti più intensi da quando, ormai un paio di settimane fa, i miliziani del Fsa sono entrati in città e hanno assunto il controllo di alcuni quartieri. Secondo Al Arabiya, l’Fsa sarebbe in grado di controllare ancora il 60 per cento della seconda città della Siria per importanza e la decisione di ritirarsi da alcuni quartieri, come quello di Izaa – dove si trova la sede locale della tv di Stato siriana – sarebbe dovuta solo a ragioni tattiche, ovvero sfuggire ai bombardamenti condotti dagli elicotteri d’attacco delle truppe governative. L’edificio della tv di stato è stato attaccato.

L’agenzia stampa ufficiale siriana Sana riferisce che “l’esercito ha difeso i civili e la tv di stato attaccata da bande di terroristi”, mentre l’Fsa afferma che le zone adiacenti l’edificio sono ancora sotto il suo controllo. Tra le parti in conflitto continua anche lo scambio di accuse e la guerra di propaganda. Abduljabir al-Kaidi, capo del consiglio militare del Consiglio nazionale siriano ad Aleppo, ha accusato il governo di Bashar Assad di usare combattenti stranieri, soprattutto iraniani. Mentre la dirigenza dell’Fsa cerca di correre ai ripari dopo la diffusione del video che mostra miliziani che uccidono a sangue freddo alcuni prigionieri. Un comunicato dei vertici del Fsa dice che simili uccisioni “sono contro la legge” e invita i suoi miliziani a non abbandonarsi ad atti di vendetta personale o politica. Un “invito” che difficilmente sarà accolto.

Non è cambiato nulla, dunque, sul campo dopo l’approvazione venerdì sera nell’Assemblea generale dell’Onu della risoluzione proposta dall’Arabia saudita. Il testo, approvato con 133 voti a favore, 12 contro e 31 astensioni condanna il governo siriano per l’uso di armi pesanti contro i centri abitati, ma condanna anche il Consiglio di sicurezza per non essere riuscito a trovare un modo per fermare l’escalation militare. Il testo non è legalmente vincolante, ma è un segnale politico importante per misurare le forze di quelli che il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon ha ormai apertamente definito “due parti”. La temperatura politica nel Palazzo di vetro, infatti, è salita, dopo la discussione e il voto sul testo. L’ambasciatore russo Vitaly Churkin, in una conferenza stampa, ha condannato duramente la risoluzione dicendo che è stata promossa da quei paesi che “mandano armi e mercenari” ai ribelli e “dietro la facciata della retorica umanitaria, rappresenta un evidente sostegno all’opposizione armata”. Un testo, ha aggiunto Churkin, che “contraddice” gli sforzi fatti dall’ex inviato speciale Kofi Annan e che “danneggia le possibilità di lanciare un processo siriano per la composizione politica” della crisi.

Preoccupate anche le parole di Ban Ki-Moon: “Il conflitto in Siria è diventato un test per tutto ciò per cui esiste l’Onu – ha detto il segretario generale – E non voglio che l’Onu fallisca la prova”. “L’interesse immediato del popolo siriano – ha aggiunto Ki Moon – Deve venire prima delle rivalità e delle influenze regionali”, che rischiano di trasformare il conflitto “in una guerra di prossimità tra paesi della regione”. Un riferimento non solo ai governi arabi ed occidentali che appoggiano politicamente e finanziariamente i gruppi armati dell’opposizione, ma anche ai paesi, come l’Iran e la stessa Russia, che invece continuano a sostenere il governo di Assad.

In Russia, in particolare, è in corso un botta e risposta tra due agenzie di stampa, Interfax e Ria Novosti, a proposito di possibili squadre navali inviate in Siria. Interfax venerdì ha diffuso la notizia secondo cui, sulla base di quanto detto da fonti militari, Mosca si stava preparando a mandare tre navi da guerra, con a bordo forze da sbarco, nella base navale di Tartus, in Siria, l’unica base navale russa fuori dal territorio della Federazione. Poche ore più tardi, Ria Novosti ha smentito che una simile spedizione sia stata organizzata o sia in corso. Dal ministero degli esteri russo, inoltre, è arrivata alle agenzie di stampa una nota ufficiale in cui si invita l’Onu a trovare “urgentemente” qualcuno che possa sostituire Kofi Annan e a mantenere “la presenza delle Nazioni unite in Siria” che in questa fase sarebbe “di vitale importanza”. Il fallimento della missione di Annan, secondo Mosca, dipende essenzialmente dall’appoggio che i ribelli ricevono dall’estero, “dai nostri partner occidentali come da alcuni paesi della regione” – dice la nota del ministero degli esteri – “che in questo modo incoraggiano l’intransigenza dei ribelli”.

I due campi evocati da Ban Ki-Moon nel suo discorso non sembrano avere alcuna intenzione di trovare, per il momento, un accordo che possa porre fine a una escalation che sta logorando entrambe le parti e soprattutto sta devastando il paese e causando una vera emergenza umanitaria tra i suoi abitanti.

di Joseph Zarlingo