Strage di BolognaIl 2 agosto del 1980 avrei potuto essere alla stazione di Bologna. Il viaggio in Sicilia per festeggiare la maturità di alcuni amici venne anticipato di qualche giorno. Appresi dalla radio la notizia dell’esplosione e ricordo ancora il turbamento e l’immediato silenzio che calò sulle risate di giovani che non avevano ancora vent’anni. Negli anni dell’università, quando passavo dalla stazione di Bologna, ogni tanto mi fermavo davanti allo squarcio provocato dalla bomba e sigillato da un vetro, e leggevo i nomi delle vittime incisi sul monumento in memoria. Era il mio personale esercizio per non dimenticarle.

In Italia le vittime di terrorismo e mafia sono scomode e si dimenticano. E’ il processo di rimozione di un Paese che ha preferito spesso infilare la testa nel pantano delle menzogne. Ma non ci si accontenta più di dimenticare. Nei regimi moderni la storia si cancella e la si riscrive: ce lo ha insegnato Orwell. Peggio ancora è cancellare il ricordo del dolore dalla coscienza di un popolo.

Due giorni fa sul sito di Panorama c’era un sondaggio di opinione. Paolo Bolognesi presidente dell’associazione familiari delle vittime del 2 agosto, e l’uomo condannato per la strage di Bologna e autore di altri omicidi come capo dei Nar, organizzazione terroristica di estrema destra, messi a confronto sulla realtà della strage.
La verità ridotta e mortificata a un sondaggio da condividere su qualche social network: vota la donna più bella e vota chi ha ragione tra vittima e assassino. Visibilità interviste e film, e ora anche sondaggi, per chi sta al centro della scena issandosi sui corpi di donne e di uomini che lui stesso ha ucciso.

I romani condannavano dopo la sentenza di morte alla damnatio memoriae chi si macchiava di crimini contro lo Stato. L’effige veniva cancellata da ogni luogo pubblico, il nome non poteva essere pronunciato. Il cristianesimo ci ha insegnato che esiste umanità anche nel più feroce degli assassini, l’Illuminismo che la legge non può infierire su chi vìola le regole della collettività.
Un Paese si può dire civile se non elimina, fisicamente o moralmente, chi si è macchiato di un delitto, ma al contrario accompagni la pena alla possibilità di riscatto. Ma dovremmo recuperare qualcosa della coscienza antica, e almeno negare i riflettori a chi si è macchiato di orrendi crimini, negare loro la possibilità di diventare personaggi o peggio “opinionisti”, risparmiare se non altro alle vittime di diventare il gradino su cui si leva il loro narcisismo.

Ricordare l’oscenità dei crimini e dimenticare gli assassini è, in fondo, anche un atto di generosità nei confronti degli assassini stessi.

di Nadia Somma