Un altro venerdì di sangue, combattimenti e proteste, in Siria, mentre nel Palazzo di vetro delle Nazioni unite, l’Assemblea generale si prepara a discutere e votare il testo della risoluzione presentato dall’Arabia saudita. Il sangue è innanzitutto quello dei civili, intrappolati nei combattimenti ad Aleppo e in altre zone del paese. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ieri in tutto il paese ci sono stati almeno 170 morti, mentre oggi, stando alle fonti citate dall’agenzia di stampa Reuters, si è appreso del massacro di 50 persone ad Hama, una delle città più colpite dalla repressione del regime di Damasco e già devastata quaranta anni fa, nel 1982, quando il padre di Bashar, Hafez Assad, sedò una rivolta islamista con i carri armati e i caccia, lasciando sul terreno tra 20 e 40 mila vittime.

La Reuters scrive che le 50 persone che sarebbero state uccise ad Hama fanno parte di tre famiglie che sarebbero state schierate con i ribelli anti-governativi. Il massacro, che è ancora da verificare, sarebbe avvenuto nel sobborgo di Arbadeen. E’ certo invece che almeno venti persone sono morte nel campo profughi palestinese di Yarmouk, a Damasco, raggiunto da una serie di colpi di mortaio. Tra le vittime, denuncia l’Osservatorio siriano, ci sono almeno due bambini. Il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahman ha detto all’Agence France Press che i colpi di mortaio sono caduti sul campo profughi mentre erano in corso combattimenti tra truppe governative e miliziani dell’opposizione nel vicino quartiere di Tadamun. “Chiediamo un’indagine internazionale – ha detto Rahman all’Afp – Perché non siamo stati in grado di stabilire chi abbia sparato sul campo profughi e se lo abbia fatto intenzionalmente”.

I combattimenti continuano anche ad Aleppo, dove le forze del Free Syria Army sembrano resistere alla pressione delle truppe governative, che hanno continuato a colpire duramente soprattutto i quartieri di Salaheddine e Zebdiya. All’Onu, intanto, si discute della risoluzione di condanna che deve essere discussa e approvata nell’Assemblea generale, dove non esiste il diritto di veto. Le risoluzioni approvate dall’Assemblea non hanno il valore legalmente vincolate di quelle del Consiglio di sicurezza, per cui si tratta di un segnale soprattutto politico, dopo che il ruolo dell’Onu nella crisi siriana ha subito un duro colpo con le dimissioni, ieri, di Kofi Annan dal suo incarico di mediatore speciale  Ban Ki-Moon ha manifestato l’intenzione di provare a nominare un nuovo inviato speciale, ma potrebbe essere piuttosto difficile trovare una persona all’altezza del compito.

Le dimissioni di Annan sono accolte con rammarico sia dal segretario generale Ban Ki-Moon sia dai diplomatici dei principali paesi e che hanno anche provocato dure critiche da parte dell’ambasciatore russo all’Onu Vitaly Churkin, secondo cui il fallimento della missione di Annan è stato dovuto ai paesi che riforniscono e appoggiano i ribelli. “Sono gli stessi paesi che propongono ora la risoluzione in Assemblea generale”, ha detto Churkin riferendosi all’Arabia saudita. Più esplicito l’ambasciatore iraniano, Ramin Mehmanparast, secondo il quale “quei paesi non sono stati soddisfatti per gli sforzi fatti da Annan per fermare il traffico di armi e gli atti di terrorismo”.

Per quanto nell’Assemblea generale dovrebbe essere più facile trovare una maggioranza (semplice) per approvare la mozione di condanna verso il governo siriano, l’Arabia saudita ha dovuto ammorbidire il testo originario, per tenere conto delle perplessità espresse da molti paesi sul fatto che sia proprio Ryiadh, apertamente schierata con i ribelli, a prendere l’iniziativa all’Onu. Il testo, dunque, sarebbe più esplicito nella condanna dell’uso delle armi pesanti contro i centri abitati e sottolineerebbe il fatto che il governo di Damasco non ha rispetto l’impegno a ritirare le truppe dalle città, come già previsto nel piano di Annan ad aprile scorso. Non ci sarebbe, secondo indiscrezioni diplomatiche, invece, la richiesta ad Assad di lasciare il potere. “Vogliamo che questo testo sia approvato da quanti più paesi possibile – ha detto un diplomatico arabo all’Afp – Per questo abbiamo fatto alcuni cambiamenti”. Senza aspettare le decisioni dell’Onu, però, anche altri paesi stanno esplicitando il proprio appoggio materiale e non solo politico alla ribellione. Dopo le notizie filtrate sulla stampa statunitense circa l’ordine di Obama per la Cia, anche il governo britannico conferma l’aiuto alle forze anti-governative: “Li abbiamo aiutati con le comunicazioni e continueremo a farlo, vista la scala delle sofferenze e il fallimento del processo diplomatico”, ha detto William Hague, ministro degli esteri del governo di Londra alla Bbc, precisando però che “l’aiuto” britannico non comprende forniture di armi, ma appoggio di intelligence e logistica. Il sostegno britannico, per quanto non ammesso ufficialmente, era del resto già ampiamente noto. Quello che Hague non ha ancora detto è da quando sia iniziato e quanto finora sia costato.

di Joseph Zarlingo