“Avremmo dovuto rivestire i fatti di immagini ed emozioni per far sì che la memoria non si raffreddasse”. Comincia così Carlo Lucarelli, scrittore e autore televisivo, parlando della trentaduesima commemorazione della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. È tra i narratori per eccellenza dei lati oscuri dell’Italia contemporanea, da Piazza Fontana al G8 di Genova, eppure non esita a puntare il dito contro se stesso e gli intellettuali italiani, che non hanno raccontato abbastanza e bene la storia del nostro tempo. Raccontare e ricordare nella speranza di scoprire i responsabili di “quello che non è un mistero ma un segreto della nostra storia”.

Perché è importante il 2 agosto 2012 tornare davanti alla Stazione di Bologna?

“Essere presenti ancora oggi è importante per ricordare: nel nostro Paese, ricordare comprende due spinte, una rivolta al passato e una, purtroppo, rivolta al futuro, perché ci sono ancora tante cose da sapere e c’è la possibilità che questi fatti accadano di nuovo. Quindi ricordare significa anche spingere, premere, fare pressioni perché si sappia tutto”.

Lei compare all’interno del documentario di Matteo Pasi “Un solo errore” a proposito della strage di Bologna, dove dice che se i giovani non conoscono la storia è colpa nostra che non abbiamo saputo raccontarla abbastanza e bene.

“Sì, è colpa nostra, di noi narratori, intellettuali e scrittori italiani, ma non mi riferivo solo a questa vicenda, tutta la nostra storia è stata raccontata poco. Noi avremmo dovuto darci da fare per creare un immaginario comune su quello che è successo, avremmo dovuto rivestire i fatti di immagini che potessero richiamare emozioni. Avremmo dovuto ancora di più ricostruire i meccanismi di quello che è successo per poi riempirli di emozioni: questo avremmo potuto farlo tutti. Sui nostri anni Settanta per esempio, sugli anni di piombo, avremmo potuto avere una letteratura enorme e infinita. Io intendo proprio i narratori, i giornalisti e gli storici: noi avremmo dovuto usare quelle storie come sfondo di una narrazione più completa”.

Da narratore come pensa si possa raccontare una storia così complessa come quella della strage di Bologna? Come comincerebbe lei il racconto e come lo terminerebbe?

“Partirei sempre e comunque dalla bomba, questo è il punto debole di tutta la nostra storia, e dovrei comunque partire ridando a tutto quello che è successo la sua giusta emozione. Purtroppo la memoria normalmente si raffredda, ma è normale. Quando diciamo bomba o strage, non ci viene immediatamente in mente l’emozione che ci sta dietro, siamo abituati a vederne tante di stragi. Io partirei da quel 2 agosto, da quell’ora, da quella valigia: dobbiamo far recuperare immediatamente l’orrore di tutto quello che è successo e partire dall’orrore per avere un moto di sdegno. Poi bisogna mettere insieme i fatti e quindi tornerei indietro e racconterei la storia attraverso quello che il processo ha raccontato fino adesso. Poi potrei mettere tutto in discussione, però dovrei partire da quello. Infine se la storia dovessi concluderla io, la concluderei con la scoperta della verità e soprattutto con la scoperta della logica ancora piena di contraddizioni. Gli anni Ottanta non sono gli anni Settanta o gli anni Novanta, anni di stragi sanguinarie, ma un periodo di transizione a livello internazionale e nazionale. Io la concluderei con qualcuno che si sveglia una mattina con un’enorme crisi di coscienza, apre i cassetti e tira fuori tutte le carte e spiega il senso di quello che è successo”.

È una storia difficile da raccontare e ricordare proprio perché ancora non ha spiegato le ragioni e dato un nome ai mandanti di quell’attentato, per il quale ci sono esecutori e depistatori?

“Questo vale per tutta la nostra storia. Si fa fatica a ricordare perché apparentemente non ci sono spiegazioni. Vale per Piazza Fontana per esempio. Se uno va a raccontare che cos’è successo comincia a perdersi in una serie di cose. La storia di Napoleone si racconta bene, mentre queste storie con i forse, i se e i ma sono complicate. A volte però, noi narratori e divulgatori dimentichiamo che ci sono verità da cui partire anche in questi casi. La strage di Bologna in parte è risolta, nomi, punti di partenza ci sono: è da lì che deve cominciare la nostra riflessione”.

Quando la strage di Bologna da ferita diventerà un fatto storico?

“Quando si scopriranno tutti gli elementi, finalmente diventerà un fatto storico. È importante però, quand’anche riusciremo a sapere con certezza chi ha dato l’ordine, che si sappia anche il perché: diventerà storia quando riusciremo a cogliere in pieno anche il contesto storico che l’ha provocata e a prendere le distanze da questo contesto. E ho paura che questo succederà quando saremo morti tutti, e i protagonisti coinvolti in questa vicenda in qualche modo non ci saranno più. Spero che allora l’Italia sia diversa. Di sicuro però non c’è da aspettare un miracolo: parliamo di miracoli se avessimo a che fare con dei misteri in Italia, in realtà si tratta di segreti. Bisogna avere una vera volontà politica di chi ha la possibilità di farlo e una vera volontà civile da parte dei cittadini per chiedere ai responsabili di aprire i cassetti e di farlo al più presto”.