Qualcuno deve aver fatto credere al Colle più alto che in Italia sia già stato introdotto il (semi) presidenzialismo alla francese, visto che Giorgio Napolitano si comporta ormai quotidianamente come se agenda, priorità, orientamenti dell’attività di governo fossero in suo potere. Del resto, quando si cominciano ad accampare pretese di “prerogative” inesistenti (vedi accuse alla Procura di Palermo), è facile che venga la bulimia, se il coro partitocratico e massmediatico intona il “Te Deum” anziché pronunciare l’altolà che logica e buon senso vorrebbero.

Perciò succede questo: da qualche giorno Roma è tappezzata di manifesti del “Popolo della libertà” di Berlusconi e Alemanno, che “sparano” il presidenzialismo come cosa fatta, precisando che l’approvazione è solo del Senato in un corpo tipografico più pudibondo. Tra consiglieri e amici iper-zelanti del Quirinale, qualcuno deve aver convinto il Presidente a prendere quei manifesti sul serio, a “fare come se”: Napolitano per anni ha rifiutato di pronunciare anche una parola (o, Dio ne scampi, rifiutare una firma) contro provvedimenti di regime che azzannavano alla gola la nostra Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista, mentre ora sulla legge elettorale è prodigo di consigli che assomigliano a un “ukase”, con istruzioni dettagliate fino alla tattica per le nomenklature dei partiti.

Se si fosse trattato di un Alto monito sulla necessità di sostituire la “Porcata” con una legge che riavvicini i cittadini alla politica, restituendo almeno qualcosa del maltolto elettoral-procedurale che ha precipitato il gradimento dei partiti presso l’opinione pubblica al meritatissimo collasso del 4%, il Presidente avrebbe diritto a un plauso. Ma il suo intervento vuole invece imporre la carica dei bersaglieri ai troppo lenti tre partiti del signorsì, per una legge elettorale che strangoli nella culla forze politiche refrattarie al conformismo Monti über alles.

E’ evidente, allora, che alle prossime elezioni ci sarà un partito di Monti. Incerta è la forma, e quali “tecnici” che ne faranno parte, e Monti probabilmente non comparirà in prima persona, e magari ci saranno più liste (se il premio andrà alla coalizione), e non è chiaro in che misura la Chiesa giocherà scopertamente le sue carte, ma è certo che una parte consistente dell’establishment conservatore non si affiderà solo al partito di Casini (che, per primo, punta ad un Centro molto più ampio e variegato). Berlusconi vede la prospettiva di questa nuova forza centrista (eufemismo con cui solo in Italia si definisce la destra presentabile) come il fumo negli occhi, non intende cedere la leadership, non fosse altro perché il delirio di onnipotenza non lo metti tra parentesi a comando. E perché vuole una falange di pasdaran a difesa della “roba” e della sua impunità giudiziaria. Alzerà la voce, gli concederanno l’essenziale.

Bersani ha infatti formalizzato l’alleanza col famoso Centro, e Vendola ha imboccato, fingendo che si tratti davvero di un’alleanza tra progressisti e moderati (frase che significa solo l’ennesimo trionfo dei gattopardi). Del resto la nomenklatura di Sel scalpitava, e uno che giurava sulla caratura imprenditoriale di don Verzè avrebbe qualche difficoltà a correre da solo con la società civile.

Il Pd, alleato con la destra presentabile (di questo si tratta, fuor di perifrasi e altri specchietti per elettori allodole), cercherà di tamponare l’emorragia di voti con una qualche “lista Saviano” di complemento (anche se siamo certi che Saviano non ci starà).

Di elettori disgustati ne perderà comunque tanti. Che saranno molti di più se da qui alle elezioni nascerà una vera lista di società civile, propiziata dal catalizzatore Fiom. Di Pietro è nel pieno della sua vecchia contraddizione tra giusta “radicalità” delle prese di posizione nazionali e apparati locali che, troppe volte, definire dorotei è una carezza. Di Pietro stesso ha ventilato lo scioglimento dell’Idv, a vantaggio di una lista di società civile. E’ l’unica soluzione sensata. Ma sarà capace il Tonino nazionale di una così intelligente “mossa del cavallo”? 

Bersani ha garantito che entro l’anno si terranno primarie libere ed aperte. Ma per favore! Se tali implicano che ogni candidato si presenti col suo programma, altrimenti è solo l’elezione di una miss o di un sirenetto. Il programma insomma (e conseguenti alleanze) lo decidono gli elettori (quello della Fiom alternativo al suo, ad esempio). Bersani invece lo impone precotto: alleanza con Casini (e Cuffaro?). Di “primarie” avranno solo il nome, sempre che le facciano. Tanto per gabbare gli elettori.

Insomma, “loro” stanno apparecchiando il peggio, preghiamo solo Iddio che la “coalizione del Colle” non ci faccia rimpiangere Berlusconi (è infatti assodata verità ontologica che al peggio non c’è mai fine). Non sarebbe il caso che il Terzo Stato che anela a “giustizia e libertà” esca dall’accidia, dalle illusioni residue sulle nomenklature di Casta, dalle piccinerie di bottega, e si decida a dar vita a un suo “partito d’azione”?

Il Fatto Quotidiano, 2 agosto 2012