Quello tra Paolo Flores d’Arcais ed Eugenio Scalari – di cui Eduardo di Blasi dà conto sulle pagine odierne de il Fatto Quotidiano – non è (solo) lo scontro di caratteri (e che caratteri!). È la prova provata dell’irriducibilità non negoziabile tra due visioni del mondo. Tra due biografie.

Il tutto celebrato sotto le insegne del comune editore (la debenettiana Editoriale l’Espresso).

Il fondatore de la Repubblica, più anziano, organizza le proprie analisi in base ai lasciti inestirpabili dell’idea antica che l’unico orizzonte possibile è quello dei Palazzi, nell’identificazione tra politica e partiti. Per cui il problema è solo quello di trovare – di volta in volta – l’interlocutore più affine: vuoi l’umanamente perfido Bruno Vicentini, vuoi “l’intellettuale della Magna Grecia” Ciriaco De Mita o – ancora – il pallido e tormentato Enrico Berlinguer. La ricerca del potente con cui interloquire nella logica del “consigliere del Principe”.

Il direttore di MicroMega ha compiuto un ben più articolato percorso esistenziale: espulso dal Pci (niente meno che per troskismo), leader del Movimento studentesco romano, referente dei dissidenti antistalinisti dell’Est europeo, conquista e mantiene negli anni un profilo da “uomo in rivolta”; come il suo amato Albert Camus. Difatti è sempre disponibile a ospitare tra le pagine della sua prestigiosa rivista contributi eccentrici e magari autori emersi dalla clandestinità (come il sottoscritto).

L’uno veste impettite flanelle grigio perla a fare pendent con la barba candida, l’altro predilige il casual tardo sessantottardo indossato con naturale eleganza.
Niente di strano – dunque – che i due non possano intendersi sull’intoccabilità (verrebbe da dire “sacralità”) di chicchessia nella vita pubblica; appurato che l’uno è un credente e l’altro un miscredente riguardo alla naturalità dello stato delle cose.

Lo stesso motivo per cui, davanti al crollo di credibilità del sistema dei partiti italiani, il conclamato “maestro di giornalismo” propone operazioni cosmetiche dall’alto (anche se i migliori giornalisti della sua scuderia la pensano diversamente; da Spinelli a Maltese, a Bolzoni), il filosofo ipotizza rifondazioni dal basso.
Questo la ragione di fondo del dissenso riguardo alla linea da tenere nei confronti del presidente Napolitano. Anche qui una questione di sintonia/dissintonia.
Giorgio Napolitano, coetaneo di Scalari, si muove all’interno dell’identico orizzonte mentale: nessuna salvezza al di fuori dei partiti. Di questi partiti, che sono il solo soggetto che conosce.
D’altro canto, un residuato di quell’idea, incistata anche nella vecchia Sinistra, per cui la democrazia va guidata dall’alto. I cui rimasugli – ad esempio – ostruiscono ancora la mente di un vecchio “ragazzo di partito” come Massimo d’Alema. Tesi che veniva esplicitata già negli anni Settanta da un autorevole esponente del PCI d’allora, Paolo Bufalini; il quale – in un’intervista telefonica – alla domanda su che cosa pensasse del pluralismo, rispondeva: «naturalmente pluralismo partitico. Perché altrimenti non capirei di che cosa stiamo discutendo».
Questa visione partitocentrica e di controllo dell’effervescenza del sociale ci ha regalato, nel tempo, l’omologazione del personale politico in quella mucillagine che qualcuno soprannomina “Casta”.
Ma i vecchi della politica come Scalfari e Napolitano non hanno antenne né strumenti intellettuali neppure per una vaga percezione del degrado. Mantengono altre priorità. Da qui il loro pompierismo ogni volta che l’indignazione rischia di mettere a repentaglio la presa partitocratrica. A fronte della vis incendiaria di Flores.

Tipiche chiusure da anziani impauriti dal cambiamento; immediata disponibilità ai rischi insiti nelle rotture di uno spirito rimasto giovane (e tendenzialmente ribaldo).
Sicché, fermo restando che chi scrive non ha la minima idee di che cosa sia stato scritto nelle famose trascrizioni telefoniche tra Mancino e un consigliere del Quirinale, quando si parla di ipotetici interventi del Presidente della Repubblica a favore di ex colleghi sottoposti a indagini della magistratura (anche per un’operazione mostruosa come quella della trattativa Stato-Mafia) il riflesso condizionato di Scalari è “sopire e troncare”; quello di Flores il bisogno di vederci più caro, costi quello che costi.
Del resto era proprio Camus a dire «il fine giustifica i mezzi? Che cosa giustificherà i fini?».

Dunque un problema culturale che diventa politico. Un dissidio non ricomponibile proprio perché produce agende delle priorità impossibilitate a convergere.
Pierre Bourdieu, negli ultimi anni della sua vita, sosteneva che «l’ultima rivoluzione politica, la rivoluzione contro il clero politico e contro l’usurpazione potenzialmente iscritta nella delega, resta ancora tutta da fare». Parole che farebbero arricciare di sdegno la già citata barba candida scalfariana, musica per le orecchie di Flores.