L’altro giorno ero su una spiaggia di sassi: alle spalle avevo una scogliera di pietra rossa e davanti un mare pulito. Seduta sul bagnasciuga, cercavo nell’acqua i sassi più belli. Alcuni chiari e levigati avevano righe nere trasversali, che mi ricordavano i quadri astratti di Afro; altri invece erano della stessa pietra rossa della scogliera e attraversati da venature chiare, sul giallo. L’acqua rendeva i contrasti brillanti, ma sapevo che una volta asciutti alcuni sassi avrebbero perso la loro lucentezza, i colori sarebbe sbiaditi e tornati insignificanti. Con la mente sgombra dei giorni di vacanza, in cui le idee e le associazioni si susseguono con facilità, riflettevo: le parole sono come alcuni di questi sassi, appena le vedi ti sembrano scintillare, poi se le lasci decantare, “asciugare”, molte di loro perdono la loro luce e tornano indistinte. I grandi scrittori e i poeti sanno scegliere parole che mantengono le loro iniziali promesse, parole che una volta “asciutte” non lasciano delusi ma continuano a suonare nel lettore e a dare un nome alla vita. Scelsi alcuni sassi che mantenevano le loro bellissime architetture di colori e che ora ho messo, come monito, sulla scrivania.

La capacità di giocare con parole sbiadite, sfruttando la loro momentanea brillantezza è una delle abilità della cattiva politica e della cattiva televisione. Non importa se dopo un istante le parole perdano consistenza e il tempo dedicato al loro ascolto si trasformi in tempo vuoto; l’essenziale è che, grazie all’enfasi, quei termini abbiano colpito l’auditorio. Mi vengono in mente parole come “riforme”, “concertazione”, “ricerca”, “competitività” e altre che mi stanco di pensare. Vorrei un politico che lasciasse “asciugare le parole” e scegliesse quelle che rimangono pregnanti perché legate alla possibilità di realizzare un miglioramento.

Restando nella spiaggia delle parole, in questi giorni una partita di circa 800 milioni di euro si gioca intorno a due termini: “generico” ed “equivalente”. Il termine “generico” è appunto una di quelle parole che sbiadiscono subito ma che lascia sulle dita tracce di catrame; il suo utilizzo nasconde l’intento di spaventare i cittadini e di tutelare gli interessi economici delle grandi case farmaceutiche. “Equivalente” invece mi appare più coerente, parola che anche “asciutta” mantiene una sua luce e un preciso significato.

Se potessi, costringerei ogni membro del parlamento alla lettura, con brani da ripetere a memoria nel momento del giuramento, del sorprendente libro di Nabokov, Parla, ricordo, (tradotto magistralmente da Guido Ragni), così da imprimere per sempre nella testa l’alta lezione di aderenza che deve esistere tra parola e vita. Leggete buoni libri, miei cari onorevoli, leggete.