Nella circostanza della morte di Guido Fanti si è molto scritto della sua capacità innovatrice, ai limiti dell’eresia:    infatti,  tale fu considerata,  fin da subito,  la vicenda del suo rapporto con il cardinal Giacomo Lercaro, snodatasi negli anni in cui fu sindaco di Bologna; un’intesa di valore strategico che, di là dalle diversità ideologiche allora molto radicali, metteva in atto concretamente il principio utopistico di cooperazione, tra diversi, per il bene comune. Certamente  questo il disegno fu osteggiato e respinto da influenti forze dislocate nei reciproci  campi, fino all’allontanamento di Giacomo Lercaro da Bologna.

Bologna sperimentava tra il 1966 e il 1968, in chiave locale con una formula del tutto originale, la strategia dell’incontro tra mondo cattolico e partito comunista, espressa in seguito nell’ipotesi progettuale  suggestiva  ma poco fortunata del “compromesso storico” di Berlinguer e Moro.

Guido Fanti fu l’artefice,   da Sindaco, dell’istituzione dei quartieri, recependo il libro bianco di don Giuseppe Dossetti, scelta di decentramento partecipativo che proiettava Bologna all’avanguardia del processo di modernizzazione nella concezione  di governo delle aree urbane.

In quegli anni si realizzarono la fiera e il distretto delle torri disegnate da Kenzo Tange, con un limite, possiamo dire,  che non fu suo personale, di circoscrivere il nuovo disegno urbanistico della città, dentro l’anello della tangenziale, senza avere il coraggio di spingere il decentramento in una dimensione territoriale più vasta; anche di quei limiti oggi paghiamo tutte le conseguenze, nel soffocante congestionamento e nella contraddittorietà delle scelte di governo del territorio.

Ancora da Presidente della Regione, promosse nel dibattito politico-istituzionale, la visione del tutto innovativa  di “regione europea,” che introduceva il tema della “Padania”, certamente all’antitesi della gretta concezione leghista di separatezza fino alla secessione

In Fanti era concepita come forma del decentramento istituzionale e superamento del centralismo burocratico, antica malattia italiana,   nella dimensione del processodi  unificazione politica dei paesi d’Europa,  della cui incompiutezza oggi assaggiamo tutti i limiti in questa profonda crisi economica e degli stati nazionali.

Fanti aveva una visione “spaziale”, nel senso dell’ampiezza, dello sviluppo economico e urbanistico della città, ovviamente legato ai forti valori pregnanti,  della crescita delle forze produttive, ma con una grande sensibilità al contenimento del consumo di suolo e alla lotta all’arricchimento immotivato dei possessori di aree.  In questo preciso senso vanno inquadrate le varianti della collina e del centro storico che hanno preservato la qualità di porzioni fondamentali del territorio bolognese.

I temi ambientali non avevano ancora assunto la rilevanza (e la drammatica urgenza) di oggi, però   di questi temi Fanti,s’impadronì bene,  anche da pensionato delle istituzioni, nella costruzione del progetto di “città metropolitana”, cui ha lavorato incessantemente in tutti gli ultimi anni della sua laboriosa esistenza.

Guido vedeva  nella trasformazione di Bologna in città metropolitana, innanzitutto,   l’opportunità di un processo di rigenerazione politica che mettesse al centro della strategia della nuova istituzione, la partecipazione riattivata e consapevole dei cittadini, poi, la valorizzazione di un assetto ecologicamente compatibile, soprattutto nella mobilità e nei trasporti  e un nuovo orizzonte per la Bologna dei successivi cinquant’anni, in cui i fattori culturali di una concezione alta del governo riassumessero la rilevanza ormai desueta.

Oggi che la città metropolitana di Bologna sembra avverarsi per forza di legge, non si dovrebbe tralasciare di intraprendere  come lo immaginava Guido, un processo di coinvolgimento attivo dei cittadini e di crescita democratica e non come mera ingegneria istituzionale o peggio burocratica ri-dislocazione di poteri.

Fanti immaginava e lavorava instancabilmente per  il ritorno a un governo politico dei “migliori”, una nuova  classe dirigente qualificata,  per la quale  il progetto  della civitas come res  publica, il programma concreto  e le scelte conseguenti, assumessero nuovamente la scienza e la pregnanza  collettive, perse  in trent’anni d’individualismo e privatismo esasperato.

 Contro il dominio  del profitto (privato) come variabile indipendente e autonoma da ogni prevalenza  degli interessi generali,  auspicava  una politica pensante e operante, una concezione riformista nel senso più pragmatico e nello stesso tempo sorretta da fortissimi valori ideali e per ciò stesso utopica.

Oggi che la fiducia nei partiti e nell’intero sistema politico è caduta ai livelli più bassi della storia repubblicana, si avverte forte il bisogno di ripensare alla lungimirante coerenza dello stile di persone come Guido che ha saputo conservare intatta, fino all’ultimo giorno di vita.

L’Istituto Gramsci, con il sostegno meritorio della Fondazione del Monte, ha avviato la catalogazione dell’archivio Fanti con il materiale, di  enorme rilievo, donato dalla famiglia;  tra un anno questo lavoro sarà completato e il materiale reso accessibile. Penso che si potrà attingere a un patrimonio straordinario di documenti ed esperienze, d’idee, di lavoro inesauribile che si aggiunge a quanto  già catalogato nell’archivio del Comune di Bologna.