In questi giorni mi è capitato di vedere, prevalentemente online, inserti e settimanali femminili con “servizi” in cui seni e glutei di donne famose di ogni età venivano fotografati in bikini e proposti all’attenzione del pubblico per un ignominioso confronto.

Molti femminili ci hanno ormai abituato alle classifiche chic e choc, quelle in cui vengono mostrate immagini con il look delle dive e di altre donne famose e in didascalia un voto allo stile oppure l’elenco degli errori moda delle protagoniste. Fin qui nulla di male: pagine (riempite velocemente e senza dover pensare troppo, basta pagare gli scatti), in cui, accanto alla soddisfazione della curiosità di parte dei lettori, qualche lettrice avrebbe anche potuto divertirsi per gli errori delle dive o apprendere come non farne.

Adesso appaiono carrellate di foto rubate del lato B o di quello A, con improbabili associazioni o classifiche (donne di tutte le età e taglie paragonate fra loro impietosamente) e soprattutto con una valutazione critica di questi particolari anatomici che almeno in precedenza erano fotografati e presentati nel loro insieme (più o meno coperto), in un servizio di moda o per illustrare l’articolo sulla presentatrice, attrice o intellettuale intervistata nel testo.

Insomma, anche sui femminili ci siamo arrivati, e non in servizi con consigli sul come essere più toniche e scattanti, ma mostrando le donne come quarti di bue. E questo sugli stessi giornali che pretendono di farci credere che difendano la parità delle donne, le sostengano nell’impegno per gestire casa e lavoro, si battano per la difesa dalle violenze.

Un effetto diseducativo, perché se una donna è un insieme di quarti di bue (belli o brutti che siano), allora ci si chiede dov’è il cervello e perché uno dovrebbe guardare e desiderare di approcciare l’insieme (cervello compreso) e non i singoli quarti, da soppesare come al mercato.

Anche perché, secondo alcuni studi, una larga fetta di giovani ancora si rivolge ai media per farsi una cultura sul sesso. E ne ricavano anche una sui rapporti fra i sessi, considerate le conclusioni di una ricerca mondiale sulle donne nei media organizzata alcuni anni fa dalla World Association for Christian Communication (in Italia dall’Osservatorio di Pavia e da professori e studenti di varie università italiane) secondo cui l’immagine e la presenza delle donne nei media è ancora fortemente segnata da stereotipi, con effetto su tutti gli aspetti della vita quotidiana dei fruitori.

L’uso dell’immagine della donna-oggetto in pubblicità era già stata denunciata da più parti, compreso il comitato pari opportunità dell’assemblea parlamentare del Consiglio di Europa, e varie polemiche hanno accompagnato più o meno di recente campagne pubblicitarie con immagini di sopraffazione sulla donna, ma i giornali femminili che le pubblicavano potevano giustificarsi con il fatto che quella pubblicità non è prodotta da loro e che la vendita degli spazi pubblicitari consente di offrire alle lettrici altri servizi e informazioni di un certo peso. Oggi, invece, alcuni femminili propongono gratuitamente classifiche di glutei e seno studiate a tavolino.

E non si dica che in questo modo si smitizza la concezione di bellezza ormai sconvolta dalla chirurgia plastica spinta, da photoshop e dall’anoressia delle modelle, perché una cosa è proporre a corredo dei servizi foto in costume di donne in carne o non più fresche, non tirate e botulinizzate, in modo dal far sentire a proprio agio anche coloro che stanno dall’altra parte della pagina e far passare il messaggio che “anche normale è affascinante”, altra è fare le pulci ai lati A e B sbattuti in faccia ai lettori.

Né si vuole evidentemente – in tempi di crisi economica – consolare i lettori con un messaggio da “anche i ricchi piangono”, perché nella carrellata mancano foto di pancette gonfie e muscoli sgonfi di divi e uomini famosi e relative didascalie feroci.