In quella che Reporter senza frontiere ha definito la più grande prigione al mondo per i giornalisti, l’Iran, sono almeno 33 gli operatori dell’informazione in carcere: molti di loro per aver scritto qualcosa che non andava, altri per aver fatto qualcosa che non andava ai di fuori della loro professione. Nell’uno e nell’altro caso, quello che non andava era occuparsi dei diritti umani.

Neanche una settimana fa, Mohammad Sedigh Kaboudvand ha posto fine allo sciopero della fame intrapreso alla fine di maggio, cui a metà luglio aveva anche aggiunto il rifiuto di assumere liquidi. “In risposta alle richieste di così tanti rispettabili cittadini iraniani, e di coloro la cui coscienza è vigile e consapevole, che mi hanno chiesto di porre fine al mio sciopero della fame nel corso di questi due mesi, ho deciso di terminarlo martedì 24 luglio 2012” – questo il messaggio uscito dalla sezione 350 della prigione di Evin, a Teheran.

Nel messaggio, Kaboudvand esprime gratitudine e apprezzamento a tutti coloro che hanno manifestato solidarietà e vicinanza a lui e alla sua famiglia, e a tutte le organizzazioni internazionali, i giornalisti, i lavoratori e gli amici che hanno a cuore la causa dei diritti umani.

Kaboudvand è un giornalista e attivista curdo-iraniano. Già direttore del settimanale bilingue Payam-e Mardom (messo al bando dalle autorità di Teheran nel 2006) e fondatore dell’Organizzazione per i diritti umani del Kurdistan, sta  scontando una condanna a 10 anni e mezzo di prigione, emessa il 1° luglio 2007, per “atti contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il sistema”: niente di più che aver fondato un’associazione per i diritti umani.

Il blog di Kaboudvand, in inglese, è fermo all’anno del suo arresto. Ci sono ancora il suo numero di telefono e l’indirizzo di posta elettronica. Kaboudvand aveva cominciato a digiunare il 26 maggio, quando si era visto definitivamente negato il permesso di recarsi in visita dal figlio Pejman, affetto da gennaio da una malattia apparentemente incurabile e che i medici non sono ancora riusciti a diagnosticare.

L’ultimo permesso l’aveva ottenuto alla fine di aprile: 30 minuti accanto al letto d’ospedale del figlio. Poi una serie di rifiuti da parte della direzione del carcere, tra minacce di trasferimento in isolamento e ricatti, come la promessa di concedere il permesso in cambio della presentazione di una richiesta di perdono, cui Kaboudvand ha opposto rifiuto, non avendo niente da farsi perdonare.

Il carcere e lo sciopero della fame hanno aggravato le condizioni fisiche di Kaboudvand, che ha problemi alla prostata e ai reni e gravi scompensi cardiaci. Dovrebbe essere immediatamente ricoverato, dato che ricevere cure mediche adeguate a Evin è impossibile.

Iran Human Rights Italia continua a seguire da vicino il caso di Kaboudvand. Amnesty International ha diffuso un appello per la sua scarcerazione.