Qualcosa è accaduto mentre noi eravamo occupati nel tentare di salvarci dalla bancarotta. Sono scomparsi i leader. Non parliamo di quelli che c’erano nel passato “normale”. Si sono tolti di mezzo da soli, a volte, in circostanze drammatiche. Altre volte semplicemente sono svaniti come nell’effetto speciale di un film. C’erano, e occupavano spazio, notizie, interviste, talk show. C’erano e non ci sono più. Sono ancora in giro, ma non in favore di telecamere. Se parlano non si sente la voce. E non trascinano nessuno. Il fenomeno non è solo italiano. Il mondo in questo momento è occupato da marce e comizi, da sit in e assemblee, dove nessuno guida e nessuno ha qualcosa di speciale da dire, non nel senso del carisma, della leadership, del messaggio con cui mettersi alla testa di una folla.

Ognuno parla fra altri e, fra altri, viene ascoltato e dimenticato. Ci sono trovate estrose ed eventi drammatici, si va dalla tragedia allo spettacolo, dal furore alla indignazione alla presa in giro. Manca sempre il protagonista. É nato un attivismo collettivo abbastanza ordinato, con informazioni in tempo reale e un vero e proprio collegamento in diretta che non chiede niente agli organizzatori, non il suono, non le luci, non lo studio o il costo per le riprese. E neppure un capo. Tutto avviene e basta.

Direte che questa è la rete, che il nuovo strumento ha sfarinato e poi ricompattato quella che una volta era la massa, che si aggregava intorno a un fede (detta ideologia) e identificava un capo da seguire, una volta stabilito il percorso. Adesso “ricompattare” vuol dire sincronizzare, informare, collegare giorno e notte senza lasciare il minimo spazio vuoto. In questo mondo c’e’ una vasta pianura di orizzonti infiniti dove tutto appare possibile, e dove chiunque è in grado di trovare o seguire o indicare una strada. Ci sono segnali di orientamento, come nei sentieri di montagna, ma ciascuno si avvia da solo e conta di trovare gli altri, senza che gli altri siano parte o personaggi della sua vita, senza che vi siano legami, tranne il progetto. Il progetto è in parte un testo, in parte citazione, in parte frammento di libro, in parte grido che passa di “postazione” in “postazione” venendo da chissà chi e chissà dove, ma bello, azzeccato. Scomparirà quasi subito.

In rete vi sono poderosi archivi ma non c’e’ memoria, non nel senso umano, che ricorda per amore, per ossessione, per associazione o per caso. Perciò tutto resta per sempre, e tutto si perde per sempre, perchè una frenesia (tecnica, non nervosa) di cambiamento percorre ogni tempo e spazio di ciò che accade in rete e ciò che oggi è la cosa da fare, la sola, con urgenza ed emergenza, domani è sparita. Domani è pieno d’altro. E se c’era un leader che aveva afferrato il prima, subito dopo ci vorrà un altro, perchè tutto è cambiato e le tracce del prima si perdono subito.

E’ una esperienza nuova mischiarsi ai gruppi spontanei di esseri umani che si formano dappertutto, ciascuno testimoniando una missione e raccontando una pena. La prima differenza con le generazioni di protesta che li precedono è che non sfidano, resistono. La seconda è che l’estremismo (ovvero un senso di impossibile, di inaudito, di eccessivo) viene esibito da chi governa verso i cittadini, un curioso rovesciamento dell’estremismo del ” vogliamo tutto”. Ora vuole tutto – o questa è l’impressione diffusa – chi governa, qui o in Europa, e i gruppi che si mobilitano tentano ogni tipo di barriere e di resistenza, non per avere di più ma per cedere meno.

Come vedete è uno strano mix, fatto di un mondo virtuale che nasce in rete (sia i progetti di resistenza che quelli di governo). Quando diventa vero, nelle fabbriche, nelle case, nelle piazze, nelle strade, porta dalla rete due tratti inesorabili: la solitudine e una strana sorta di eguaglianza, che non è l’eguaglianza come valore sociale. É un dato statistico in cui ciascuno conta come un altro. E anche se a un certo punto si scatena un gioco fra chi è più bravo, la gara vale solo per quel momento, come una partita di scarabeo. Poi ognuno torna ad essere un pezzo del gioco.

E infatti ogni volta, nei gruppi veri fatti di esseri umani e non di Facebook e di numeri, si vedono megafoni abbandonati nelle mani di qualcuno che ha già parlato e non sa a chi passarlo, microfoni aperti (si sente la voce ” prova…prova”) che aspettano qualcuno che si faccia avanti volontario per parlare, vedi palchi a lungo deserti, perchè nessuno, abituato a vivere dietro il computer, pensa che tocchi a lui, a lei, di prendere l’iniziativa e di parlare, guidare.

Ognuno nasce spettatore dello schermo che non smette di generare fatti inediti, ognuno interessato quasi solo alle cose nuove che trova. E si abitua a esprime il suo giudizio con le tre righe di Twitter. In queste condizioni nessuno prende il comando. Il comando di cosa?