Sette organizzazioni non governative che si dedicavano ai lavoratori sono state chiuse in Cina. La denuncia arriva dagli attivisti e va a colpire un settore nevralgico dello sviluppo della società civile. Specie perché i fatti sono avvenuti nel Guangdong, regione nella quale si produce un quinto delle esportazioni cinesi. Il mondo del lavoro in Cina è uno dei punti più rilevanti per misurare la salute del paese. Alcuni giorni fa Wen Jiabao, il premier, aveva avvisato: arriveranno tempi duri anche per i lavoratori. Parlava di occupazione, lievemente in difficoltà anche a causa della crisi europea che va a colpire le esportazioni cinesi. Nei giorni successivi alcuni documenti governativi avevano sottolineato l’importanza cruciale delle condizioni dei lavoratori, annunciando un aumento di circa il 20% dei salari minimi. Nel piano quinquennale, da qui al 2015, è infatti previsto che mediamente i salari minimi aumentino del 13%. In alcune zone gli introiti per i lavoratori hanno fatto registrare numeri importanti, basti pensare a Shanghai che ha aumentato il livello minimo salariale 18 volte dal 1993, da 210 yuan agli attuali 1.450 yuan al mese (poco meno di 200 euro).

In Guangdong poi, il governatore Wang Yang che passa per essere un “liberale” aveva promosso lo sviluppo di ong specializzate su tematiche lavorative. Eppure, negli ultimi tempi qualcosa non è andato per il verso giusto e almeno sette di queste organizzazioni sono state chiuse. Nei giorni scorsi, diversi attivisti hanno denunciato di essere stati sfrattati dai loro uffici dopo che i proprietari degli stabili avevano subito pressioni da parte dei funzionari. Gli impianti degli immobili che occupavano sarebbero stati controllati con una frequenza di molto superiore alla norma. Le ong che si occupano dei diritti dei lavoratori nella Repubblica popolare sono da sempre soggette a intimidazioni e pressioni. Il governo si giustifica ogni volta con il consueto refrain: la causa della chiusura risiederebbe nella possibilità di infiltrazione di “gruppi e lobby straniere” che hanno interesse a finanziare grandi scioperi, e proteste e “a premere il grilletto delle rivolte sociali”.

Eppure proprio in Guangdong doveva partire il progetto di legge la cui entrata in vigore era prevista per il primo luglio che si chiama “promozione, sviluppo e gestione delle organizzazioni sociali” e che avrebbe dovuto facilitare la registrazione delle ong e sganciarle dal diretto controllo governativo. Entro il 2015, la maggior parte delle organizzazioni sociali dovranno essere in grado di fornire servizi pubblici e prodotti con la sola autorizzazione del governo, continua la bozza. Con l’entrata in vigore delle nuove regole, le agenzie governative che lavorano nei campi dell‘industria, del commercio, della carità e dei servizi sociali non dovranno più svolgere il ruolo di “amministratore” ma semplicemente essere “consulenti” nel processo di registrazione. Zhang Zhiru, direttore del centro per risolvere le controversie lavorative “Brezza Primaverile” ha dichiarato ai media di Hong Kong, di aver affittato i sette uffici che gli sono stati chiusi. “Il nostro ufficio – ha detto – è stato il primo ad essere chiuso nel mese di febbraio, tre mesi dopo ci siamo trasferiti in periferia. Il padrone dello stabile avrebbe demolito l’insegna e chiuso elettricità e acqua, nonostante il contratto fosse di tre anni. Chen Mao è un altro operatore che ha deciso di parlare: la sua ong si occupava di lavoratori migranti: “il nostro ufficio è stato costretto a chiudere a maggio”, ha detto al South China Morning Post. “Non ho mai visto una così grande ondata di repressione governativa come quella che si è abbattuta sul nostro centro”, ha spiegato. Qiu Guanglie, un funzionario del distretto di Shenzhen ha detto che il centro ha semplicemente avuto un problema con il proprietario, incoraggiando le ong “ad agire secondo la legge cinese”. Il padrone dell’immobile però, che si è identificato con la stampa con il nome di Yang, ha chiarito in modo laconico di aver subito forti pressioni: “Chiedete al governo, se avete domande da fare, io ho sessant’anni e devo mantenere una famiglia di otto persone”.

di Simone Pieranni