È una fine di luglio particolare, quella che sta attraversando la Germania. A poco più di un anno dalle prossime legislative il Paese si scopre all’improvviso privo di una legge elettorale valida; maggioranza, opposizione e stampa si trovano per una volta d’accordo: attaccare il ministro dell’Economia, Philipp Rösler, per le sue dichiarazioni sulla Grecia di domenica scorsa (un’uscita di Atene dall’Eurozona non fa più paura, aveva detto Rösler); gli indici economici registrano una frenata della locomotiva di Eurolandia, anche se gli investitori non se ne curano, così come non si curano della minaccia di un taglio del rating tedesco da parte di Moody’s

A luglio l’indice Ifo, uno dei più importanti indicatori per capire come si evolverà nell’immediato futuro la prima economia di Eurolandia, è sceso per il terzo mese di fila, passando da 105,2 a 103,3 punti e facendo peggio delle attese (104,5 punti). Si tratta del dato peggiore dal marzo 2010. Le imprese tedesche stimano in modo più pessimistico sia l’attuale quadro economico che le prospettive per i prossimi sei mesi. La crisi dell’eurozona “pesa sempre più sulla congiuntura in Germania”, ha commentato il presidente dell’ifo, Hans-Werner Sinn. “Non vediamo una recessione in Germania, anche se il rallentamento economico è tangibile”, ha chiarito l’esperto di congiuntura dell’Ifo Gernot Nerb.

L’istituto di Monaco vede piuttosto la Repubblica federale sull’orlo della stagnazione: nel secondo e terzo trimestre il Pil tedesco dovrebbe crescere appena dello 0,1%, dopo lo 0,5% del primo trimestre. Meglio di gran parte del resto dell’Eurozona, certo, ma la locomotiva dà segni di rallentamento: si tagliano gli investimenti, calano gli ordinativi nell’industria chimica e dell’acciaio, nonché in quella – fondamentale per la struttura economica tedesca – dei macchinari, il calo della disoccupazione ha già fatto segnare a giugno un sensibile rallentamento. Il governo federale, invece, non si scompone, confermando la stima di una crescita dello 0,7% per l’intero 2012. E respinge al mittente l’allarme su una “catastrofe di imprevedibili proporzioni” verso cui si starebbe incanalando l’Eurozona lanciato da 17 economisti internazionali riuniti nell’Institute for New Economic Thinking, un istituto finanziato dall’investitore George Soros. “La valutazione che l’Europa sia sull’orlo della catastrofe non viene espressamente condivisa dal governo”, ha chiarito il vice portavoce di Angela Merkel, Georg Streiter.

Il tutto, mentre i mercati continuano a vedere nei titoli tedeschi un porto più che sicuro: mercoledì i titoli tedeschi a 30 anni hanno toccato i minimi storici, con un rendimento del 2,17%, in calo dal 2,41% di aprile. Gli investitori ignorano insomma l’abbassamento dell’outlook tedesco deciso da Moody’s, la cui minaccia di togliere la tripla A alla Germania è stata interpretata da una parte della stampa, come l’Handelsblatt (il più importante quotidiano economico del Paese) come il tentativo di costringere Berlino ad accettare gli eurobond. Tentativo destinato al fallimento: “l’iniziativa di Moody’s torna opportuna al governo federale nella sua battaglia contro sempre nuovi desideri nell’Eurozona”, commenta la Börsen-Zeitung. O, per dirla con la Bild: “Se la Germania vuole restare ai vertici, l’economia deve crescere e il parlamento deve dire a gran voce: adesso basta! Basta soldi nei pozzi senza fondo!”. Le altre capitali europee sono avvisate: tanto più tra i tedeschi si farà largo il timore che la crisi dell’Eurozona e i salvataggi richiesti alla Germania si ripercuoteranno negativamente sulla crescita del Paese, tanto più difficile sarà per Merkel organizzare al Bundestag una maggioranza per ulteriori interventi che diano ossigeno all’Eurozona. Una stima dall’ifo potrebbe già oggi portar acqua al mulino di quanti chiedono di abbandonare Atene: se la Grecia dichiarasse default e uscisse dall’Eurozona le perdite per la Germania sarebbero più contenute (fino a 82 miliardi di euro) che se Atene fallisse, ma restasse nell’unione monetaria (fino a 89 miliardi).

Intanto mercoledì la Corte costituzionale ha bocciato l’attuale sistema di voto per il Bundestag, approvato nel 2011 dalla sola maggioranza, senza l’appoggio dell’opposizione. Si tratta di uno schiaffo non da poco per il governo tedesco, che ha impiegato tre anni per scrivere una nuova legge – la vecchia era stata dichiarata incostituzionale nel 2008 – e non è riuscito a farlo senza incappare di nuovo nel pollice verso di Karlsruhe. Tradotto: se Merkel dovesse chiedere la fiducia in parlamento, ad esempio sui salvataggi nell’eurozona, e perdere il voto, la Germania si troverebbe senza un sistema elettorale valido e non potrebbe andare subito al voto.