Nato nel 1930, ho avuto in sorte di assistere a decine di eventi storici cruciali, ma tra questi due soli li ritengo autentici cambi d’epoca. Il primo fu quello che seguì il secondo conflitto mondiale dopo il 1945, il secondo è quello che stiamo vivendo in questi anni, che pur privo della cesura netta di una guerra, è altrettanto radicale. A volte ripenso a quel periodo per cercare di comprendere i tempi attuali, perché in entrambi i frangenti si tratta di ripensare i valori fondanti della vita, dopo aver messo a repentaglio la stessa esistenza dell’uomo e la pacifica convivenza. Allora con il delirio nazifascista e le bombe atomiche, oggi con il turbocapitalismo e il rischio di un disastro ecologico.

Quando ricordo gli alleati che gettavano dai carri armati beni di prima necessità alle masse di contadini tra le macerie, o la difficoltà di ambientarsi in quel terreno liberato dalla dittatura e dalla guerra; quando rivedo la gente che si adoperava in tutti i modi possibili a costruire, solidarizzare, soccorrere e soprattutto cercare di garantirsi almeno a un pasto al giorno; quando penso che con ancora i morti per le strade si cominciava a parlare del piano Marshall, che avrebbe riversato in Italia 1204 milioni di dollari per la ricostruzione, con tutte le conseguenze che poi ciò ha avuto, penso che siamo al contempo più fortunati e più sfortunati di allora.

Allora c’era miseria vera ma si vedevano anche grandi prove di generosità tra gli uomini, oggi l’opulenza ha diffuso egoismo e indifferenza che ci hanno disgregati. Eravamo una società contadina con un tasso di analfabetismo elevatissimo, ma dotata anche di una vitalità e slancio verso il futuro straordinarie. Oggi siamo informati e scolarizzati ma il benessere ha generato una certa pigrizia mentale che ci impedisce di elaborare una visione. In quegli anni c’era lavoro per tutti e in abbondanza, ciò dava dignità e prospettiva anche alla gente umile, oggi purtroppo il lavoro è diventato un “mercato”, una guerra tra precari che mortifica soprattutto i giovani e li costringe a vivere alla giornata. Allora il Male era la dittatura e la violenza della guerra, i responsabili avevano nomi e cognomi, oggi invece la minaccia è un’entità astratta, “la finanza internazionale” senza nome, i “mercati” che tutto piegano alla logica del profitto. Soprattutto, allora si delinearono subito due visioni del mondo e due blocchi contrapposti, l’America e l’Urss, capitalismo e comunismo, e ciascuno era chiamato a prendere una posizione. Oggi la società è talmente complessa che è impossibile elaborare una visione organica che tenga conto di tutte le variabili, e questo dà la sensazione di una realtà incontrollabile.

Credo che la prova richiesta alle nuove generazioni sia oggi, se possibile, più dura di allora proprio per l’ampiezza dei parametri e delle insidie con cui confrontarsi. Servirà molto, moltissimo tempo per uscire da questa crisi, ma non per i conti da risanare, ma perché si tratta di riformare l’uomo, il cittadino, il suo rapporto con gli altri e con il mondo. Si tratta di ricominciare a sentire la vita nella sua essenza, recuperando un senso del limite che è andato perduto. Dietro ai conti da sistemare ci sono le menti di milioni di persone e il loro contenuto, soprattutto la dignità di quel complesso di comportamenti che ci rende umani.

I tempi moderni, visti dai miei occhi ora che ho oltre ottanta anni, hanno poi una prerogativa fantastica, che è la comunicazione e le nuove tecnologie. E’ più difficile fare un passo avanti, ma quando ciò accade, diventa patrimonio dell’umanità in tempo reale, una cosa che in passato era impensabile. Se le nuove generazioni sapranno impegnarsi a fondo in questa sfida, e sfruttare questi mezzi penso che potranno realizzare un mondo assai migliore di quello che hanno ricevuto in eredità.