I Simple Minds, la popolare ed amata band scozzese capitanata dall’inossidabile Jim Kerr, suonerà in Piazza Grande a Modena giovedì 26 luglio. La consigliera comunale Eugenia Rossi (IdV), presentando lo scorso 2 luglio un’interrogazione avente come finalità lo spostamento della sede del concerto da Piazza Grande ad altro luogo, aveva giustificato la richiesta in termini di mera “opportunità culturale”. Rivolgendosi all’assessore Alperoli aveva precisato la questione in questo modo: “Sicuramente noi, assessore, abbiamo una visione diversa della cultura perché, con tutto il rispetto, io penso che la storia della musica sia fatta da altri compositori e non certamente dai gruppi rock […] Credo che la cultura che debba essere assicurata da un’amministrazione e quindi da un ente pubblico sia una cultura di ben altro respiro e di ben altro impatto.”

Che cosa la consigliera Rossi reputi culturalmente adeguato o inadeguato ad una piazza che secondo lei va preservata a priori come un gioiello in quanto dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, non è molto chiaro. Dovrebbe forse essere il suo personale metro di giudizio, peraltro alquanto opinabile, a determinarlo? Una fantomatica linea di demarcazione tra Cultura Alta e cultura bassa nell’anno 2012 d.C.? Ma allora Warhol cosa l’ha messa a fare quella banana sulla copertina del primo disco dei Velvet, mezzo secolo fa, se stiamo ancora a discutere di queste cose?

Personalmente sono il primo a pensare che i Simple Minds non siano certamente stati la migliore band del post-punk britannico. Altri come Cabaret Voltaire, Throbbing Gristle, This Heat, Public Image Limited, Wire, Gang of Four, per citarne soltanto alcuni, hanno avuto un impatto più incisivo nell’operazione Rip-It Up and Start Again ovvero nello stravolgere e ridefinire i linguaggi musicali a cavallo tra Settanta ed Ottanta. Inoltre ho anch’io le mie riserve ma riguardano più che altro l’opportunità da parte di molte di queste band storiche di continuare a riproporsi fuori tempo massimo. Tuttavia questo è purtroppo elemento costitutivo dell’epoca che stiamo attraversando e come tale da metabolizzare: ritorni, reunion, ristampe, anniversari, celebrazioni nostalgiche. Ecco, raccogliendo, rovesciando ed estremizzando il punto di vista della Rossi potrei dire che desidererei amministrazioni culturalmente sempre più al passo con i tempi e che compiono scelte e sterzate sempre più ardite, coraggiose e lungimiranti.

Il fatto è che questo stesso tour pare organizzato appositamente per smentire chi ha una visione incompleta e semplicistica della carriera dei Simple Minds poiché è pensato soprattutto per riscoprire e riascoltare le composizioni dei primi anni di attività del gruppo. Molti li identificano soltanto con la band wave di metà ottanta autrice di splendidi ed indimenticabili pezzi pop di grande successo come Alive and Kicking e Don’t You (Forget About Me). Ero uno sbarbatello all’epoca ma se infilavo duecento lire nel jukebox del bar della piscina era per suonare quelle due canzoni. Ricordo che i quarantacinque giri crepitavano perché i solchi erano stati oramai consumati dalla puntina. Ho passato almeno un paio d’estati a sognare ad occhi aperti accanto a quel jukebox. Quel che ignoravo, data la mia tenera età, è che i Simple Minds avevano mosso i primi passi sull’onda dell’esplosione punk e che il loro acerbo ma vivace album d’esordio del 1979, Life in a Day, era certamente influenzato tanto dal punk quanto dal glam e da gruppi dalla spiccata vena melodica come i Magazine dell’ex Buzzcocks Howard Devoto.

Il secondo Real to Real Cacophony era più asciutto e minimale, dai tratti più marcatamente wave: echi dei contemporanei Wire di 154, dei Tuxedomoon e si sentiva più di una volta una cassa in quattro quarti. Perfetto viatico al sorprendente Empires and Dance, il miglior disco della loro carriera: tetro, marziale, fascinoso, esplorativo ed intellettuale (alla faccia della cultura), dal taglio industrial, dark, kraut. Pezzi come Costantinople Line e Twist/Run/Repulsion hanno molto a che spartire con i Cabaret Voltaire di Mix-Up e con i Clock Dva di Thirst. Suggestivo, epico, profondamente europeo – a partire dalla copertina – questo disco riesce a fotografare come pochi altri l’atmosfera del 1980 e lo considero personalmente il capolavoro della band. Alcune cose interessanti, anche se meno a fuoco rispetto alla vetta raggiunta con Empires and Dance, le sentiamo anche nel dittico Sons and Fascination / Sister Feelings Call. Con New Gold Dream (81-82-83-84) si chiuderà la prima fase, quella che potremmo definire “più oscura” nell’attività del gruppo, ed i Simple Minds saranno ormai pronti per il tuffo ed il bagno di popolarità nella wave traslucida degli sfavillanti anni ottanta.

In sostanza la formula con cui si svolgerà il concerto di Modena giovedì sera è quella del 5×5 ovvero un’ampia selezione di pezzi contenuti nei primi cinque dischi della loro carriera.