Ogni edizione delle Olimpiadi viene presentata come la più tecnologicamente avanzata della storia. Migliore di quelle precedenti, con impianti avveniristici e strumentazioni all’avanguardia. A Londra è lo stesso: sarà utilizzato per la prima volta un nuovo sistema in alta definizione per la trasmissione in mondovisione delle gare. Le gocce di sudore della Isinbayeva sembreranno sgorgare dallo schermo. Non c’è da stupirsi: lo sviluppo tecnologico galoppa e l’Olimpiade, da sempre gelosa della propria tradizione, non può far altro che adeguarsi.

Un tempo però, come nel 1896 ad Atene, a galoppare erano le notizie. Durante la prima maratona dell’era moderna, infatti, messaggeri a cavallo e in bicicletta portavano i risultati delle gare all’interno dello stadio, mentre una cannonata annunciava l’ingresso del primo atleta (per la cronaca il mitico Spiridon Louis, l’atleta greco che – a quanto si dice – ai ristori beveva solo vino rosso).

È l’era pionieristica delle Olimpiadi, quando i giornali dedicavano poche righe di cronaca e nel mondo nessuno sapeva niente: dell’edizione di Parigi 1900, ad esempio, il Corriere non parlò affatto delle gare e la Gazzetta dello Sport riportò solo alcuni scarni resoconti nella rubrica “Podismo”. Un’edizione dopo, a Saint Louis nel 1904, fu invece il Times per primo a utilizzare una nuova diavoleria: il telegrafo per ricevere i risultati dei giochi. L’Olimpiade dal cavallo passava all’aereo.

Bisognerà tuttavia attendere Los Angeles nel 1932 per vedere comparire la radio e il cinematografo. Hollywood era a un passo, e per la prima volta le celebrità del cinema e quelle dello sport si mischiano. Non a caso qualcuno le ribattezzò “Le Olimpiadi in technicolor negli anni dell’avvento del film sonoro”. Ma i primi a trasformare le Olimpiadi in un grande fenomeno mediatico è la Germania nazista. A Berlino un giornale, l’Olimpia Zeitung, viene distribuito gratuitamente a tutta la cittadinanza e un sistema radio, collegato a un immenso quadro di comando posto sotto lo stadio, permette di raggiungere 300 milioni di ascoltatori in tutto il mondo. Leni Riefensthal gira Olimpia, un film che indicherà per sempre ai registi la strada su come si riprendono le gare di atletica leggera e di tutti gli altri sport.

È l’evento mediatico più imponente nella storia, come viene ribattezzato dalla stampa nazista. Ma è anche il primo evento della storia in cui compare la televisione, sebbene in stato embrionale. Sotto la tribuna centrale dello stadio (da dove Hitler vede Jesse Owens vincere i quattro ori), la Telefunken piazza un cannone di un metro, il cosiddetto iconoscopio. Un marchingegno non troppo maneggevole: solo per cambiare le lenti occorrevano due uomini. Altre tre grosse telecamere vengono piazzate ai lati del campo, dove un’unità televisiva mobile, la prima al mondo, raccoglie le immagini, le monta e le porta alla centrale. Da lì il tutto viene mandato a 25 sale televisioni sparse per tutta Berlino. Praticamente una diretta. E nonostante la qualità fosse pessima (“Solo le partite di polo si vedono in maniera nitida” commentò un giornalista americano), fu un successo. Un giornale dichiarò che era più difficile trovare posto nelle sale televisione che allo stadio. Il nazismo aveva inventato la videodipendenza.

La televisione fa la sua comparsa definitiva solo con il dopo guerra. Da quel momento l’immagine prende il posto della parola scritta, di quella parlata e dell’immaginazione. Nulla sarà più come prima. Per le gare, che dovranno sempre più versare il proprio tributo alla telegenia. E per gli atleti, che ben presto si trasformeranno prima in cartelloni pubblicitari, poi in divi dello star system globalizzato, infine in aziende per lo sfruttamento del marchio-uomo. Praticamente in merce. È il processo di reificazione: denaro, merce, immagine. Il tutto attraverso due strumenti destinati a diventare la linfa vitale dei giochi: la pubblicità e lo sfruttamento dei diritti televisivi. (continua)