La “tassa per la sicurezza dei cantieri” l’aveva pagata. Qualche migliaio di euro consegnato ai clan per poter portare a termine, senza “fastidi”, il suo subappalto nella Locride, consistente nella fornitura di calcestruzzo alla Astaldi, general contractor nei lavori di ammodernamento della SS 106 ionica. Aveva anche pagato in altra forma, ovvero assumendo il personale “indicato” dagli uomini del clan di Grotteria e stipulando con loro, titolari occulti della ditta “Roberto Musolino” – ora finita sotto sequestro – due contratti di nolo a freddo da 18.000 e 24.000 euro. L’imprenditore Carlo Parasporo, d’altronde, era uno “sgamato”, uno che sapeva bene come vanno le cose. I magistrati della procura di Reggio Calabria lo definiscono “amico” del potentissimo clan Cataldo di Locri, con cui risultava imparentato alla lontana, essendo cugino acquisito di Vittorio Parrotta, definito dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri come il “ministro della guerra” nella sanguinosa faida locrese tra i Cataldo e i Cordì.

Di famiglia non ’ndranghetista, dunque, ma vicino alla ’ndrangheta, grazie alle sue “amicizie” Parasporo «otteneva – scrive la Dda reggina – oltre alla “protezione” mafiosa, una serie di ulteriori vantaggi ingiusti», come la possibilità di operare con la sua azienda su altri territori e di «“contrattare” – con le altre cosche – termini e condizioni più convenienti» per i suoi cantieri. Tanto da poter partecipare, lui, che proveniva da Locri, anche a lavori sul lato opposto della provincia di Reggio Calabria, addirittura nella Piana di Gioia Tauro, come nel caso dell’appalto lungo la strada provinciale San Procopio – Castellace. Certo, anche lì aveva dovuto corrispondere la “tassa”, un’estorsione da 5000 euro chiesta dagli Alvaro-Licari di Sinopoli. Ma, si sa, il territorio in Calabria è spartito chirurgicamente tra le ’ndrine, chilometro per chilometro, il loro controllo è assoluto e chi voglia lavorare su una porzione che non gli “appartiene”, deve comunque pagare, chiunque egli sia.

Parasporo ne era appunto pienamente consapevole, secondo gli inquirenti. Era «rispettoso delle regole sottese all’illecito operato delle cosche di ’ndrangheta» e si adattava, perciò, perfettamente al sistema. Ecco perché resta stupito quando tre dei suoi mezzi – un Bobcat, un autocarro e una motopala – vengono incendiati nella locride, il 21 febbraio 2008.

Da quell’attentato partono le indagini della polizia di Siderno e le prime intercettazioni anche a suo carico. Da lì si arriva a scoprire alcuni casi di tangenti, che ruotano proprio attorno alla sua figura, e ad arrestare cinque persone per associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni ed estorsione: il boss di Siderno Antonio Cataldo, i fratelli Massimiliano e Salvatore Fuda, e Roberto Musolino, ritenuti esponenti del clan Bruzzese-Fuda-Andrianò di Grotteria, e Natale Licari, presunto affiliato agli Alvaro.

«Seimila euro di pizzo senza sapere neanche chi è, come e perché, adesso basta, e nonostante questo ti bruciano pure, no?», dice nervosamente Parasporo alla moglie in una conversazione intercettata qualche tempo dopo l’attentato. Sa chi è stato, sa chi gli ha distrutto i mezzi, ovvero imprenditori suoi “rivali” legati ai Cordì ed ad altre cosche avversarie dei Cataldo. Ma non se ne spiega la ragione e attende che sia il capo del clan “amico”, Antonio Cataldo, detto “papuzzella”, a «fare chiarezza» una volta fuori dal carcere, cioè a capire perché, nonostante il pagamento del pizzo, la sicurezza del suo cantiere non fosse stata garantita. “Papuzzella”, d’altronde, è il punto di riferimento, suo e degli uomini della cosca, anche in altre vicende, anche durante la detenzione in carcere, dal quale continua a dirigere indisturbato gli affari di famiglia.

I pm, dunque, fanno luce su quello che ritengono un quadro di “collusioni”, indagano appunto anche l’imprenditore, accusandolo di concorso esterno in associazione mafiosa e considerandolo «figura centrale delle indagini» e soggetto «borderline». Ne chiedono, perciò, l’arresto assieme agli altri “complici”, arresto che il Gip però rigetta. Non sarebbero provati due aspetti – spiega nell’ordinanza – ovvero quali vantaggi avesse ricevuto la ’ndrangheta da Parasporo e la di lui consapevolezza di contribuire all’operatività della cosca. Un’articolata motivazione che «riprende l’orientamento della sentenza Mannino sulla rilevanza dell’elemento psicologico del reato di associazione esterna e che il nostro Ufficio si riserva di valutare ed eventualmente impugnare», afferma in conferenza stampa il procuratore facente funzioni Ottavio Sferlazza. Mentre il capo della squadra mobile, Gennaro Semeraro, invita gli «imprenditori onesti a denunciare».