Boicottare le Olimpiadi? Inscenare una protesta? Non c’è edizione in cui qualcuno non ci abbia pensato. E non sempre a torto. Per la nazione ospitante, infatti, i Giochi sono un’impareggiabile occasione per pubblicizzarsi al mondo e un’infallibile arma di propaganda interna. Il tutto in base all’ideologia del momento: la “potenza” in epoca di esasperata realpolitik (Berlino ‘36); la superiorità sul rivale geopolitico in era bipolare (Mosca ’80 e Los Angeles ’84); lo sviluppo e il rispetto dei diritti umani (ancora Berlino ’36 e Pechino 2008); le bellezze del Paese e i risultati del boom economico (Roma ’60 e Barcellona ’92); l’ossessione da pareggio in bilancio e la capacità di “tagliare i costi” (Londra 2012).

Per quanto si sforzino gli organizzatori, però, il “ritorno” di un’Olimpiade, ossia ciò che ne rimane al di là del mero calcolo contabile, è quantificabile solo a posteriori, perché sarà poi la storia a dirlo. Di conseguenza nella storia c’è sempre stato qualcuno che non ci stava. L’esempio più eclatante è il doppio boicottaggio Urss -Usa 1980-1984, quando le due superpotenze combattevano la Guerra fredda anche nel medagliere olimpico. E rifiutarono il reciproco invito (in verità, dopo l’invasione dell’Afghanistan, furono 60 i Paesi a non partecipare ai Giochi di Mosca, tra cui la Cina; l’Italia vi partecipò sotto la bandiera del Cio).

Ma non è certo una novità. Quattro anni prima l’edizione di Montreal è già passata alla storia come l’Olimpiade dei quattro anelli, dato il boicottaggio della gran parte dei Paesi africani. Casus belli la Nuova Zelanda, rea di aver fatto giocare la squadra di rugby contro il Sudafrica (già escluso dai Giochi perché il regime d’apartheid è in contrasto con la Carta Olimpica). Del resto aria di boicottaggio si respira sempre quando a partecipare o organizzare i Giochi è una nazione non gradita: la Germania nazista dovette dare prova del proprio candore per arginare il movimento anti Berlino ’36, che intanto montava in America (eliminarono tutti i cartelli contro gli ebrei). Mentre gli atleti di Formosa, che gareggiavano in vece della Cina popolare, sfilarono a Roma ’60 con un cartello con scritto “Under Protest“.

Anche la stessa Italia entrò nel mirino: nel 1948 dovette aspettare un po’ prima di essere accettata ai primi Giochi del secondo dopoguerra. Altro discorso invece quando la protesta non è di una nazione, ma di un singolo o di un gruppo di persone. Tralasciamo quelle decisamente prosaiche (ad Anversa ’20 la squadra italiana di pallanuoto si rifiuta di giocare nell’acqua del porto: troppo fredda). E concentriamoci su quelle più ideali, che non sono mai una pagliacciata. Ad insegnarcelo i fedeli, i quali per anni si rifiutano di gareggiare nei giorni da santificare. Nel celebre film Momenti di gloria, ad esempio, il fervente cristiano e velocista Eric Liddel non partecipa alle qualificazioni di Parigi 24 perché si svolgono di domenica. Ma c’è anche chi trova un modo curioso di contestare: a Londra 1908, l’americano dell’Oregon Smithson vince l’oro nei 110 ostacoli. E’ domenica, e lui un puritano. Così per mostrare il suo dissenso, o forse espiare la colpa, corre tenendo una bibbia in mano (e ugualmente stabilisce il nuovo record del mondo).

Non di meno fanno gli ecclesiastici ad Atalanta nel ’96, secondo cui le gare impediscono ai fedeli di recarsi a pregare. Rivolgono le loro vibranti proteste al presidente del Cio Samaranch, che risponde con poche e memorabili parole: “E’ lo sport la vera religione del secolo”. Mentre quattro anni fa assistemmo tutti alle minacce di boicottare i Giochi di Pechino a causa della questione tibetana. Proteste poi sopite durante la pax olimpica.

Tuttavia quelle che più rimangono nell’immaginario sono le proteste inscenate sul podio. La più toccante che si ricordi è quella del coreano Kitei Son, il vincitore della maratona di Berlino ’36. Suo malgrado gareggia per il Giappone, che nel 1910 si è annesso parte della Corea. Essendo però un fervente nazionalista, quando sale sul podio abbassa il capo in segno di protesta per l’occupazione. Viene squalificato a vita e dileggiato dalla stampa. Ma avrà la sua rivincita: settantatreenne, porterà in lacrime la fiaccola olimpica all’interno dello stadio di Seoul ’88, dove è considerato un eroe. E non solo. Il suo pacato diniego sul podio di Berlino sarà replicato da Tommy Smith e Vera Càvlaska che a Città del Messico ’68 daranno vita alle proteste più celebri che i Giochi ricordino. (Fine prima parte – continua)