Il “killer di Denver” vestito da cattivo di Batman dopo aver massacrato dodici persone (dodici e non 12, perché il numero dei morti, come scrive Erri De Luca, merita di essere scritto per esteso, non sono mele) si è guadagnato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Tutti parlano di lui. È una tragedia, una barbarie, un fatto sconvolgente.

Leggo di lui analisi psicologiche, molti colleghi si inerpicano nel difficile terreno della sociologia senza avere gli strumenti per farlo.

E io sto qui in Messico e penso. Vivo e lavoro in un paese in cui qualche mese fa hanno trovato quarantanove cadaveri decapitati lungo una strada vicino a Monterrey, la città più ricca del Messico e una delle più ricche di America latina.

A settembre del 2011 hanno lasciato per strada in pieno giorno trentacinque corpi torturati, nudi, incaprettati a Veracruz. Ogni giorno aprendo il giornale sono più le teste mozzate che gli annunci pubblicitari.

Mi chiedo come mai fa notizia se un mitomane prende un fucile e comincia a sparare sulla folla a Denver e non fa notizia che qui sono sei anni che migliaia di persone vengono fatte a pezzi e buttate qua e là, torturate, fatte sparire a migliaia, anzi a decine di migliaia, e ciò non meriti che una breve ogni tanto.

Dice, vabbè, ma sono gli Stati Uniti, il Messico non è poi così importante. Ma è un paese del G20, ha 120 milioni di persone, qui si producono le macchine della FIAT, un sacco di 500 si producono.

Ma evidentemente i morti continuano a non essere tutti uguali.

Vivo in un paese che è diventato uno scannatoio. Qui stragi come quella di Denver sono una ragazzata. Qui se non tagli teste e le appendi per strada come piñatas non sei nessuno.

Magari ci fa orrore solo quello che percepiamo come più prossimo a noi. E sottovalutiamo il fatto che in un paese in cui chiunque può andare al supermercato e comprarsi un AK-47, magari statisticamente qualcuno a un certo punto lo userà.

Su History Channel c’è un programma ambientato in un negozio di armi, dove i commessi si sfidano per vedere chi riesce a vendere più armi da guerra dell’altro. Non è fiction. È entertainment. Il negozio è vero, i commessi pure, i clienti anche.

E qui in Messico le armi arrivano a camionate dagli Stati Uniti manco fossero arance. E succede che vengano usate. 

Non è una gara tra chi può vantare più stragi, più decapitazioni o più sequestri. È una riflessione su come funzionano i nostri media, e come viene confezionata l’informazione.
Non trovo una risposta ma penso che dovremmo leggere più a fondo la realtà e ampliare il nostro sguardo, prima che senza sapere come né da dove, la “barbarie” ci travolga.