C’è una “Roma delle Rovine” e una “Roma di Quaresima”: la città del centro e del suo patriziato, e la periferia, quella dei borgatari divenuti negli anni i componenti di una nuova specie sociale piccolo-borghese. È tra questi due estremi che oscilla il pendolo della narrazione del romanzo di cui voglio parlare, L’estraneo (Einaudi, Stile libero), opera prima di Tommaso Giagni.

Il personaggio dell’estraneo che dà il titolo al libro è un ventenne di oggi, una delle tante variazioni del Meursault di Camus, un apolide senza identità – il termine forse più appropriato sarebbe “asociale”, nel senso di distante e separato dalle categorie dei ceti moderni –, figlio di un uomo originario dell’agro pontino finito a fare il portinaio in un condominio del centro, cresciuto sulla soglia di servizio della Roma “bene” e ora attratto da un impossibile ritorno alle origini, a quella Roma extra moenia (dove le mura della città sono oggi le corsie del Grande Raccordo Anulare) che non è più città e non è ancora provincia, così carica di bigiotteria ma non priva di una scontrosa vitalità.

Il romanzo è la scoperta di quest’altro mondo (cosa sia altro rispetto a cosa è argomento di una delle sottotracce del testo), un universo in cui si incrociano personaggi ormai lontani anni luce dai ragazzi di vita pasoliniani: gigolò spatentati che sognano mattina e sera una Ferrari Scaglietti e incalliti frequentatori di palestre e sale scommesse, nuovi riti di passaggio (molto bello il capitolo con la descrizione del “Sabato del Fuoco”, durante il quale i neodiciottenni del quartiere ardono in piazza tre capi d’abbigliamento che hanno a lungo desiderato, un costume della Sundek, un paio di scarpe Nike e così via) e incursioni di gruppo “a Roma” per commemorare il bandito Liboni, detto il Lupo, a cui intitolano clandestinamente il monumento a Giuseppe Mazzini al Circo Massimo.

Roma, con la sua dicotomia, diventa così un immenso patchwork su cui il protagonista tenta di costruire se stesso e il proprio posto nel mondo, un’identità che non riesce a edificarsi al di sopra dei caratteri sociali che definiscono questa città, come se – in ogni caso – la scelta di una “romanità”, di un tipo o dell’altro, ne sia condizione sine qua non.

Su tutto spicca la scomparsa della politica dall’orizzonte quotidiano degli eventi, se non per l’eccezione di qualche croce celtica, simbolo e vaghezza di una destra randagia scelta dai personaggi più per senso di appartenenza al gruppo che per reale convincimento. Un argomento, la politica, sepolto sotto tonnellate di indifferenza e altrettante di cemento, come quello delle grandi cattedrali del consumismo edificate nelle mille periferie di Roma (il Parco Leonardo in cui “l’estraneo” va a festeggiare il “mesiversario” con la fidanzata Marianna). Un’assenza che a mio avviso rappresenta meglio di qualsiasi altra cosa il collasso delle istituzioni democratiche e culturali in questo paese e che forse i nuovi narratori italiani (Tommaso Giagni ha ventisette anni) riescono a descrivere meglio delle generazioni più adulte, essendone allo stesso tempo figli e vittime.