Tempo addietro mi è capitato di dover organizzare dei pensieri intorno al fare testi di canzone, per un laboratorio. Cercando di essere il meno scontato possibile, e rendendomi conto che dovevo tenere a mente il confronto inevitabile con la poesia, le considerazioni si allargarono di molto e i pensieri si trasformarono in una sorta di lunga lezione scritta, divisa in tre parti. Nella seconda di esse cercavo (e cerco tuttora, ogni volta che mi si ripresentano occasioni analoghe di laboratori o lezioni) di spiegare come nasce un testo dei Marlene Kuntz.
Al riguardo, a un certo punto, scrissi: “Finchè esiste questo rapimento creativo la dimensione nuova in cui mi ritrovo e che vivo lo è anche in senso fisico: mi capita quasi sempre di vivere una sorta di “trasmutazione”, e uso questa parola fra virgolette per un lieve pudore. Eppure di qualcosa di analogo si tratta: una diversa percezione della realtà circostante, un segnale piuttosto chiaro, una cosa che davvero provo, una forma di lievitazione interiore in attesa fertile e laboriosa, la gioia che si propaga per il corpo. Le cose intorno paiono assumere consistenze diverse, e sono presenti, sì, ma come in una specie di surreale estraniazione che le rende lontane e inservibili. In certi istanti il toccarle trasmette una sensazione di compattezza diversa e anomala, e il mio corpo è come se vivesse in un altro mondo… quello che sto creando”.

Molto meno tempo addietro, ovvero cinque giorni fa, ho scoperto che lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi, noto, si dice, per i suoi studi su felicità e creatività, ha introdotto nel 1975 il concetto di Flusso (o Esperienza Ottimale), ovvero uno stato di coscienza in cui la persona è totalmente immersa in una attività (sia essa creativa che lavorativa che sportiva). Ciò che determina una esperienza siffatta ha a che fare con la percezione di obiettivi chiari, con una concentrazione massima orientata al solo presente vissuto (non esistono passato e futuro in quei momenti), senza la minima percezione e preoccupazione di sè stessi e del proprio ego, in assenza di sensazioni legate allo scorrere del tempo, all’insegna di un piacere fine a sè stesso, intrinseco. Il termine “flusso” ha a che fare con il fatto che le persone da lui intervistate parlavano di uno stato mentale come una corrente d’acqua che li trascinava, e che l’esperienza provata era una esperienza vissuta in condizioni ottimali (da cui: “esperienza ottimale”)

Se nella psicologia occidentale egli è stato il primo a descrivere questo concetto, molto prima Induismo, Buddismo e Taoismo hanno perseguito il superamento della dualità tra mente e corpo come elemento centrale dello svilupppo spirituale(Molte di queste frasi le ho riassunte da Wikipedia)

In un libro molto interessante che, sempre cinque giorni fa, ho iniziato a leggere (“Felicità: un’ipotesi” di Jonathan Haidt, psicologo e filosofo americano. Codice Edizioni), concentrandomi in particolare sui capitoli “Amore e legami” e “La felicità viene dal mezzo”, mi sono imbattuto a un certo punto in alcune considerazioni che ho sottolineato (ne mostro per brevità meno di quante ne ho realmente annotate, e riassumo anche loro): 

  • Le piante fioriscono a determinate condizioni, e i biologi oggi possono dirci come la luce solare e l’acqua si convertano nella crescita delle piante. Le persone prosperano a determinate condizioni, e gli psicologi ora possono dirci come l’amore e il lavoro si convertano in felicità e senso

  • In un certo tipo di persone (coloro che hanno avuto la fortuna e il merito di forgiare la propria vita attorno a una passione ardente, immergendosi completamente nella loro attività) il Flusso, come sopra visto, ricopre un ruolo cruciale, che li porta a un estremo/vertice del proprio percorso di impegno, chiamato in tal caso “impegno vitale”

  • C’è una connessione fortemente sentita, in questa tipologia di persone, fra io e oggetto: uno scrittore viene “spazzato via” da un progetto, uno scienziato è “incantato dalle stelle”. La relazione ha un significato soggettivo: il lavoro è una “vocazione”

  • Quando la propria passione/lavoro diventa una vocazione essa è fonte di flusso, gioia, identità, competenza e connessione 

  • Siamo sistemi a più livelli: siamo oggetti fisici (corpi e cervelli) da cui in qualche modo emergono le menti; e dalle nostre menti in qualche modo si formano società e cultura. Per comprendere completamente noi stessi dobbiamo studiare tutti e tre i livelli: fisico, psicologico e socioculturale

  • Le persone acquistano una percezione di senso quando le loro vite sono coerenti nei tre livelli della loro esistenza

  • L’evoluzione culturale e genetica sono intrecciate. La capacità culturale umana è in sè una innovazione genetica, avvenuta per gradi negli ultimi miloni di anni. Ma una volta che i nostri cervelli hanno raggiunto una soglia critica, l’innovazione culturale ha incominciato ad accelerare: una forte pressione evolutiva allora ha forgiato i cervelli perché si avvantaggiassero ulteriormente della cultura. Gli individui maggiormente in grado di imparare dagli altri avevano più successo dei fratelli meno acculturati, e man mano che i cervelli si erudivano, la cultura si è fatta più elaborata, aumentando ulteriormente il vantaggio di avere un cervello più acculturato

  • La felicità non è qualcosa che si possa trovare, acquisire od ottenere direttamente. Bisogna predisporre le condizioni e poi aspettare: alcune di esse sono dentro di voi, altre richiedono relazioni con ciò che è al di là di voi: come le piante hanno bisogno di sole, acqua e buon terreno per fiorire, le persone hanno bisogno di amore, lavoro e connessioni con qualcosa più grande di loro. Vale la pena di battersi per creare la giusta relazione fra voi e gli altri, fra voi e il vostro lavoro (e farlo sperabilmente diventare una vocazione, aggiungo io), e fra voi e qualcosa di più grande di voi. Se create queste relazioni in maniera corretta, lo scopo e il senso affioreranno.

(Desidero precisare che l’amore di cui si fa menzione non è inteso come l’amore passionale delle relazioni sentimentali che si auspicano imperiture – cosa che ritengo impossibile, perché la passione, come una droga coi suoi effetti dopati, non è eterna – ma come l’amore complice. E, per estensione, come la manifestazione di tutte le necessità che pertengono all’uomo in quanto tale in termini relazionali. Poiché “nessun uomo è un’isola completa in sè; ogni uomo è una parte del continente; una parte del tutto”, come scrisse John Donne)

 Bene: per questi motivi, rinvenuti a posteriori a qualche mese dalla nostra partecipazione al Festival di Sanremo, e per altri motivi a questi complementari, ho desiderato scrivere a/per mio figlio una canzone i cui primi due versi sostengono: “La felicità non è impossibile, la stupidità la rende facile”.


Se sai bene ciò che fai

la felicità sarà sempre raggiungibile

Se non sai quello che vuoi

l’infelicità sarò spesso incomprensibile

Se davvero sai chi sei

la felicità sarà dentro di te”
 

Canzone per un figlio
testo: Cristiano Godano
musica: Cristiano Godano, Luca Bergia, Riccardo Tesio
c) 2012, Ala Bianca Edizioni Musicali 
dall’album ‘Canzoni per un figlio’ – Sony Music Columbia