D’estate quasi tutte le sere passo davanti al Bar Casablanca, in passeggiata, a Viareggio. Vado a vedere il tramonto sul mare, con il sole che si immerge verso il golfo di La Spezia e le prime propaggini della Liguria a fargli da quinta. Ogni volta che passo davanti a quel luogo mi riaffiora alle labbra il motivo del pezzo di Giorgio Gaber dedicato proprio al Bar Casablanca.

C’è tutto Gaber nelle poche parole di quel pezzo: ci sono l’ironia e la disillusione, la capacità di osservare e di dissacrare, lo sguardo disincantato e il retrogusto amaro. Sfiorare il bar Casablanca d’estate è uno dei tanti modi per continuare a farmi accompagnare da Gaber nel quotidiano. Perché Gaber non rivive solo una volta l’anno, proprio a Viareggio, in occasione del Festival intitolato al suo nome che si tiene in questi giorni. No, Gaber vive (e forse dovrebbe vivere ancor di più) nella vita di ognuno tutti i giorni, instillando il piacere del pensiero doppio, serio e ironico, singolare e plurale, quasi a ricordarci che gli opposti non solo si toccano ma spesso paradossalmente convivono. Tutti i giorni sperimentiamo malamente, anche sulle nostre spalle, quanto sia difficile mantenere aperto lo sguardo critico, e tenere alta la barriera contro la routine, gli stereotipi, i tic mentali tanto facili da seguire. In questa lotta contro il pensiero circolare Gaber è lì, come – per chi per privilegio di nascita lo ha visto recitare in teatro – era lì negli anni Settanta e Ottanta.

Gli spettacoli di Gaber me li ricordo: assistendovi, ogni volta si entrava nel luogo di una gigantesca psicanalisi collettiva. Ed era allora che arrivava la sorpresa: quello che sembrava un compagno di strada si rivelava un po’ meno “compagno” e un po’ più inquieto. Faceva l’impegnato ma sentiva di essere piuttosto un non so. Ne nascevano monologhi, qualche volta in forma di dialoghi con se stessi, al limite del surreale, che mettevano a nudo il cuore e la mente di quella generazione. Forse per capire gli anni Settanta bisogna chiamare in causa gli spettacoli di Gaber, la loro ritualità, il senso del corpo che promanava dal fisico dinoccolato di quel singolare attore-menestrello. E avere in mente la straordinaria energia che si liberava alla fine di ogni replica, nei lunghi, lunghissimi bis, in cui ciò che costituiva il vero momento di spettacolo non era tanto l’ennesimo brano cantato da un Gaber ormai sfinito dalla fatica, ma la sua gestualità energetica, quel serrare i pugni con le braccia tese e urlare in un moto quasi liberatorio rivolto a tutta la platea. Il suo entrare in quinta per un momento per asciugarsi il sudore e uscirne come ricaricato di una vitalità e intensità corporee che poi passavano all’intero teatro, quasi a costituire il vero luogo di una comunione fisica con tutti e con ciascuno. Era lì, dopo due ore, qualche volta quasi tre ore, di uno spettacolo teso, intenso, traboccante di stimoli che facevano pensare, ma che provocavano anche ansia e allegria, rabbia e senso di frustrazione o di impotenza, era in quel momento che l’energia che usciva dal corpo di Gaber ricompattava il pubblico, gli dava la certezza di essere in una particolarissima condizione di sovrapercezione.

Uno spettacolo di Gaber non era come un concerto di un cantautore, né come una conferenza o un momento di politica conclamata. Era invece il luogo in cui le contraddizioni della nostra contemporaneità venivano tutte fuori, come rigurgiti improvvisi di un universo che si stava abituando a mangiare troppo: troppe idee, troppi miti, troppo cibo, troppe illusioni, troppe frasi fatte… Lo spettacolo era il momento della digestione di questa alimentazione disordinata, fatta di pietanze a volte indigeribili, il momento in cui ci si rendeva conto di aver ingurgitato malamente, in fretta e senza il gusto dell’assaporare, tutto ciò che la mensa dell’ideologia facile proponeva. E allora tutto tornava su, come raccontava lo stesso Gaber ne La nave, un pezzo rivoltante sotto molti punti di vista, disforico più che euforico, e forse proprio per questo collocato alla fine di uno spettacolo del ’74.

Perché la teatralità di Gaber era tutto tranne che consolatoria, si usciva dallo spettacolo con la testa che ribolliva di domande, di nuovi stupori, di musica anche. Soprattutto si usciva con la felice e drammatica impressione che tutte le certezze della platea erano saltate, tutti i bisogni di reductio ad unum di una realtà che si faceva più opaca perché mostrava apertamente le contraddizioni di una crescita impetuosa erano vani. Ed è proprio per questa capacità di tenere in scacco la realtà interrogandola in controcampo che Gaber è ancora oggi attuale, pur essendo la pratica del pensiero critico oggi messa spesso al bando. Sembra quasi che Gaber ci accompagni ancora, nonostante siano dieci anni che ci manca. Dieci anni senza Gaber, tutti i giorni con lui.