“Clima contrario agli investimenti diretti esteri in India”. Parola di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti. In una intervista al Press Trust of India vengono riportate quelle che secondo dell’inquilino della Casa Bianca sono legittime preoccupazioni manifestate da alcuni settori industriali e commerciali statunitensi. Le imprese a stelle&strisce non riescono a colonizzare il paese asiatico che pur aveva aperto le frontiere alle catene della grande distribuzione. “L’India ha continuato a crescere a un ritmo impressionante. Ma molte aziende statunitensi ci informano che è ancora molto difficile investire in India. In molti settori come quello della vendita al dettaglio l’India limita o proibisce gli investimenti diretti esteri che potrebbero creare posti di lavoro, sia in India che nel nostro paese, e che sono necessari per continuare a crescere”. Secondo il presidente statunitense, “sembra esserci in India un maggior consenso per una nuova ondata di riforme economiche che potrebbero rendere l’economia indiana più competitiva sulla scena globale”.

Questo consenso, però, sembra essere più un desiderio di Obama che una realtà della scena politica indiana, in cui il Partito del Congresso, attualmente al governo della federazione con una coalizione composta da diverse altre forze, ha dovuto più volte rinunciare ad alcune riforme economiche proprio per l’opposizione dei suoi alleati. L’anno scorso, per esempio, il piano per aprire il gigantesco settore della vendita al dettaglio agli investimenti esteri (un mercato da 450 miliardi di dollari secondo le stime correnti) è stato bloccato dal governo guidato dal premier Manmohan Singh proprio per le fibrillazioni politiche che ha causato nella coalizione di maggioranza. Alle rimostranze di Obama rispondono in tanti. Il ministro per le aziende indiano, Veerappa Moily ha affermato che “il presidente Obama non è stato accuratamente informato. I dati fondamentali dell’economia indiana sono forti e sono alcune grandi aziende interessate al mercato indiano a diffondere un’immagine distorta della nostra situazione”.

Nonostante i “fondamentali” positivi secondo Moily, l’economia indiana nel primo quarto del 2012 ha rallentato la sua corsa, anche per effetto del complessivo peggioramento dell’economia globale, “fermandosi” al 5,3 per cento su base annua. Un livello comunque molto più alto della performance economica di tutti i paesi occidentali, Usa compresi.

“Obama vuole che l’India si apra agli investimenti diretti esteri, ciò non accadrà solo perché lui lo chiede”, ha commentato sarcastico Yashwant Sinha, leader del partito conservatore e nazionalista Bharatiya Janata Party (Bjp), oggi all’opposizione a livello federale. Dall’altro capo del panorama politico indiano, Nilotpal Basu, uno dei leader del Partito Comunista, ha detto che “gli Americani vogliono che il nostro mercato interno si apra così possono venire qui e fare profitti”. Il settore della vendita al dettaglio, richiamato esplicitamente da Obama è uno di quelli particolarmente sensibili. Il piccolo commercio è una delle principali fonti di impiego per milioni di indiani, soprattutto nelle aree urbane, e molti partiti così come molte organizzazioni sociali temono che un eventuale arrivo dei colossi della grande distribuzione possa spazzare via centinaia di migliaia di piccole imprese di commercio che, oltre a fornire un reddito alle famiglie, sono spesso il tessuto connettivo di molte città del paese. Secondo le stime del governo federale, sono 34 milioni le persone che vivono di piccolo commercio.

Alla fine dello scorso anno, il governo federale aveva aperto il mercato indiano a colossi come Wal Mart (Usa), Tesco (Regno Unito) e Carrefour (Francia) anche per il settore della vendita al dettaglio. Wal Mart finora è presente a Jalandhar, nel nord, con un punto vendita che però riguarda solo l’ingrosso. La possibile espansione della presenza delle grandi catene di distribuzione anche per la vendita diretta ai cittadini, ha causato una ondata di proteste che hanno costretto il governo federale a una precipitosa marcia indietro. Il piano, comunque, non è stato del tutto accantonato. Annunciando il rinvio, il ministro delle finanze Pranab Mukherjee aveva detto, a dicembre del 2011, che la questione sarebbe stata riproposta “quando più cittadini sarebbero stati convinti della bontà di questa scelta”, che secondo il governo consentirebbe ai contadini di avere prezzi più alti per i loro prodotti e ai cittadini di avere prezzi più bassi per una lunga lista di generi alimentari e di consumo, il cui prezzo finale viene “gonfiato” dalla lunga catena di intermediazioni commerciali tra i produttori (spesso piccoli) e i mercati urbani finali. Le reazioni alle parole di Obama, però, dimostrano che nemmeno il governo federale è ancora pronto a sostenere appieno questa apertura, che invece riesce a compattare in un netto rifiuto le opposizioni di destra con quelle di sinistra.

di Joseph Zurlingo