Sono gli ultracinquantenni italiani, quelli espulsi dal mercato del lavoro e con scarse possibilità di rientrarvi, i nuovi obiettivi del caporalato. Vengono assorbiti in primis nella logistica e nei trasporti da cooperative “spurie” (forme di collocamento illegale a cui va tra il 30 e il 50% dei compensi dei lavoratori), percepiscono un “salario” che oscilla tra i 3,5 e i 4 euro all’ora e i loro turni di lavoro possono arrivare fino a 12 ore non scendendo in genere sotto le 10. Sono i nuovi poveri a rischio schiavitù che, secondo la Cgil dell’Emilia Romagna, possono diventare un fenomeno destinato a consolidarsi se non si interviene per stroncarlo.

Lo sottolinea il segretario regionale Antonio Mattioli e al momento è ancora difficile stabilire quanto consistente sia la schiera degli autoctoni in là con gli anni che scivolano nelle mani dei caporali. Mani che, in base a una recente stima della Flai e Fillea Cgil, a livello nazionale gestiscono 550 mila persone, per buona parte cittadini stranieri non comunitari. “Occorre una legislazione ad hoc”, aggiunge Mattioli, “e per questo stiamo lavorando con la Regione Emilia Romagna per impedire che il lavoro nero si infili nella ricostruzione del post terremoto e per ridurlo nelle filiere produttive che già lo utilizzano”.

I numeri di queste filiere, da nord a sud del Paese, contemplano una netta prevalenza dell’agro-alimentare, con 400 mila lavoratori sfruttati. Oltre 100 mila sono compresi nel settore dell’edilizia e i restanti si distribuiscono tra il commercio (in particolare nella ristorazione e nel turismo) e il trasporto e la logistica. E nonostante questi numeri contribuiscano alla voce “lavoro sommerso” che, sempre in un’ottica nazionale, vale secondo i sindacati il 17% del Pil italiano, sarebbero almeno 60 mila le persone che vivono in condizioni di grave indigenza. Si tratta di lavoratori che, secondo il progetto Stop Caporalato della Cgil, sono ridotti in “alloggi di fortuna e sprovvisti dei minimi requisiti di vivibilità e agibilità”.

In Emilia Romagna, aveva denunciato la Fillea-Cgil regionale già in passato, solo in edilizia il caporalato riguardava una fetta che oscillava tra il 20 e il 30% degli occupati. “Qui la gestione della criminalità organizzata”, dice ancora Antonio Mattioli, “è particolarmente presente. Tra Parma e Reggio Emilia si è dato particolare risalto al clan dei casalesi, ma anche quello della ‘ndrangheta soprattutto cutrese è forte”. E in Romagna – il sindacato lo segnala come ulteriore nuovo fronte – c’è la questione dei lavoratori in nero nelle aziende orto-frutticole. Cesena e Rimini sono alcune delle province che hanno già registrato il fenomeno, con vertenze in corso o già chiuse. “Quest’ultimo è stato il caso di lavoratrici cinesi impiegate per imbustare frutta e verdura fresca”, aggiunge Mattioli.

“Per quanto riguarda ancora l’agricoltura”, afferma il segretario regionale, “quello dei pomodori è un ambito automatizzato e dunque, rispetto al sud, qui non c’è impiego di manodopera sfruttata dai caporali. Diverso invece il discorso per la raccolta della frutta e per i vigneti. E poi c’è l’ambito della macellazione, nel distretto del suino”. È una voce importante, quest’ultima, che comprende l’area del modenese tra Vignola, Spilamberto, Castelvetro e Castelnuovo Rangone. Solo nel quarto centro, assurto a “capitale” del comparto ed eccellenza a livello europeo (in centro c’è una scultura che ritrae il maiale Peggy, regalo che nel 1997 i salumieri olandesi hanno consegnato al comune emiliano), gli impiegati nel settore sono 1200 e le aziende una cinquantina.

“L’organizzazione del lavoro presente negli stabilimenti della lavorazione delle carni e in alcuni salumifici di questa zona”, ha scritto Umberto Franciosi, segretario provinciale Flai Cgil Modena su NuovoCaporalato.it, “applica discutibili e molto spesso illegali terziarizzazioni, appalti ed esternalizzazioni di parti del processo produttivo che vedono la presenza di imprese, per la maggioranza false cooperative di facchinaggio, che hanno le sembianze di un moderno e nuovo caporalato”. In sostanza si viene “assunti” come scaricatori o giù di lì e si finisce a occuparsi di insaccati. E non accade solo in provincia di Modena.

Lungo la via Emilia, spingendosi fino a Parma, le stime del sindacato parlano di un 20% di lavoratori impiegati in modo irregolare per quanto riguarda la lavorazione dei prosciutti mentre si sale al 30 per quanto riguarda il settore caseario. Si tratta soprattutto di cittadini extracomunitari che provengono per lo più dal Ghana, dalla Nigeria e dal Senegal mentre una parte minoritaria riguarda l’area del Maghreb. E poi c’è la questione degli indiani in particolare nel Reggiano, che sono assorbiti anche dal settore dei trasporti e delle consegne.

Ma il discorso, in chiusura, torna ai potenziali nuovi schiavi, gli ultracinquantenni italiani. “È una fase sconosciuta, che non si era registrata prima”, conclude Antonio Mattioli. “Ma come per gli altri lavoratori sotto caporale finiscono per cedere a causa della situazione economica alle pretese di cooperative nate dalla sera alla mattina che applicano contratti ad hoc. È un aspetto, questo, da sondare e su cui intervenire prima che si radicalizzi. E per loro come per tutte le altre vittime del caporalato non c’è possibilità di protesta. L’alternativa alle condizioni proposte è quella di rimanere a casa”.