Le armi chimiche in Siria ci sono, e anche in abbondanza. Lo sanno bene i confinanti israeliani che seguono, secondo per secondo, via satellite gli spostamenti delle armi di distruzione di massa – termine molto caro all’ex presidente americano Bush – da un sito all’altro. Ma ormai è troppo tardi per usarle, anche per uno spietato sanguinario come il presidente-dittatore Bashar Al Assad, impegnato peraltro febbrilmente a salvarsi la pelle, alla faccia del coraggio e “dell’amore patrio”: sarebbe già riparato a Latakia, città al confine con la Turchia.

È troppo tardi per sfoderare “l’ordigno fine di mondo”, non solo perché i soldati dell’esercito libero siriano ormai sono nel cuore di Damasco e stanno marciando, compatti e super finanziati dall’Arabia Saudita e dal Qatar, verso la tv di Stato siriana, il simbolo principale del potere. Ma anche perché, gasando la popolazione, per la Russia diventerebbe troppo arduo continuare a sostenere un cambiamento politico che non escluda il clan alawita degli Assad. Nell’attesa di sapere che fine abbia davvero fatto Bashar – sua moglie Asma, la corteggiata “rosa del deserto” di tutte le più note riviste occidentali di moda, secondo fonti del Guardian, invece sarebbe già al sicuro in Russia, dopo aver fatto la sua ultima apparizione pubblica due settimane fa con indosso una maglietta dalla scritta paradossale “questo è il più bel paese del mondo!” – vale la pena chiedersi cosa diventerà la Siria nell’ormai imminente “dopo Assad”.

Secondo Israele, molto preoccupato anche per un possibile sconfinamento dell’instabilità nel già instabile Libano, probabilmente si trasformerà in un caos per molto tempo ingovernabile, una sorta di Iraq in piccolo: frazionata in aree di appartenenza settaria. Non dimentichiamoci che nel nord vive per esempio una cospicua minoranza curda, trattata da sempre a pesci in faccia, per usare un eufemismo, dal regime siriano, fino allo scoppio della rivolta amico dei turchi sterminatori di curdi. E soprattutto non va dimenticato che la maggioranza della popolazione siriana è di religione islamico sunnita mentre gli Assad, al potere da mezzo secolo, appartengono alla setta degli Alawiti, una corrente minoritaria dell’islam scita. Per questo, e non solo per questo, i più grandi alleati dell’ex oculista dall’aria timida sono da sempre gli ayatollah iraniani ( coloro che si sono autoproclamati i custodi dello sciismo) e gli Hezbollah libanesi che fanno il bello e cattivo tempo nel paese dei cedri. Alleati che difenderanno fino alla fine l’egemonia degli Assad che garantisce loro di poter stare con il fiato sul collo di Israele. E quando uso fiato sul collo, intendo dire “l’alito nauseabono” della polvere da sparo, delle mine anti-uomo e dei razzi che dal Libano e da Gaza (Hamas, che governa la striscia, è da tempo finanziata da Tehran proprio in chiave anti israeliana) finiscono anche sulle case degli arabi-israeliani di religione cristiana che abitano soprattutto nel nord di Israele, e che sono sempre stati tra i primi a soffrire delle guerre tra il Libano e la potenza sionista.

Ma il filo teso su cui corre l’alleanza tra Siria e Iran, passando per il Libano, è molto più lungo, anzi, è una ragnatela di proxi wars. Di guerre per procura, di guerre calde e fredde mai finite: Stati Uniti versus Russia, con accompagnamento musicale a suon di colpi di mortaio dell’orchestra sinfonica cinese. Troppo semplice, troppo facile, troppo romantico? Non preoccupatevi: non una questione di naivetè, di valori perduti da riguadagnare, acrimonia o spirito di vendetta tra Stati, né tantomeno una questione di guerre religiose tra sunniti e sciiti. Si usa, come al solito, come sempre, la questione religiosa per “following the money”, anzi, per continuare a fare soldi sulla pelle delle masse timorate di Dio e tenute in povertà dal cinismo delle grandi potenze, con la complicità dell’Onu. L’industria bellica ed energetica (leggasi petrolio e l’Arabia Saudita contina a essere il maggior esportatore) sono da sempre le più grandi e sicure fonte di guadagno delle grandi potenze, nonche fonti di alleanze perverse. Come definire, se no, il silenzio dell’Onu e della stampa main stream internazionale di fronte alle violazioni tremende dei diritti umani da parte di dittature oscene come quelle che governano l’Arabia Saudita, gli Emirati arabi e il Sudan, alleati di ferro, le prime di Stati Uniti ed Europa (messa in saldo per lo shopping della famiglia reale saudita, qatarina, omanita, vedi i recentissimi acquisti delle compagnie statali più importanti dei pigs, i paesi deboli dell’Unione europea) e il Sudan della Cina? Altro che rogna. Siamo di fronte a un’epidemia in grado di diffondersi anche dentro le nostre ex serene casette: ma solo l’Imu è in grado di toglierci il sonno.